Il problema

Ad alcuni studenti di musica o di conservatorio può capitare di non avere mai pezzi pronti da eseguire se non prima di un esame o di non essere mai soddisfatti della propria esecuzione.

Preparati i pezzi in questione e superati gli esami si ricomincia a studiare qualcosa di nuovo, ci si lascia assorbire dallo studio e dalla routine della giornata e si finisce per abbandonare completamente i pezzi portati a termine.

Ma come? Finalmente abbiamo un bel pezzo sotto le dita, siamo arrivati a padroneggiarlo e con un altro po’ di lavoro potremmo portarlo alla perfezione e la prima cosa che facciamo è abbandonarlo nel dimenticatoio?

Come possiamo in questo modo affrontare l’esecuzione in pubblico con lo stato d’animo e la preparazione migliore? In tali condizioni persino proporre un’esecuzione a parenti e amici può diventare uno strazio. Molto probabilmente ci ritroveremo ad eseguire i pezzi che stiamo finendo di studiare senza mai proporre una vera performance da professionisti.

Una storia vera come tante: un piccolo spettacolo in casa

Immaginate la scena: avete organizzato una rimpatriata a casa vostra, gli amici vi chiedono di suonare qualcosa e voi fate la vostra tranquilla esibizione, magari con qualche incertezza qua e là ma molto ben camuffata.

Tutto bene alla fine: applausi, complimenti e pacche sulla spalla ma dentro di voi siete soddisfatti solo in parte.

Vi vengono in mente alcuni compagni di corso brillanti e vorreste avere il loro atteggiamento un po’ spavaldo e sicuro allo strumento.

Vi siete mai chiesti qual è la differenza tra voi e loro? Cosa fanno loro di diverso da voi?

È un problema di timidezza? Studiate nel modo sbagliato? Non studiate a sufficienza? Scegliete i pezzi sbagliati?

Forse.

Forse ma non solo secondo me.

Vi propongo un’altra scenetta che mi è capitato realmente di vedere.

Siamo ancora alla vostra rimpatriata, avete finito di suonare e state per tornare alla vostra serata quando un amico vi chiede di poter usare il vostro strumento: è da un po’ che nel tempo libero si diletta a suonare.

Alla fine della sua esibizione non sapete se strapparvi i capelli o desiderare che si apra una voragine nel pavimento per inghiottirvi.

Molto probabilmente ha suonato la cover di una colonna sonora o del pezzo del momento, ma lo ha fatto con l’atteggiamento da grande musicista e con una sicurezza ed una spavalderia da fare invidia a chiunque. Magari ha suonato anche più di un pezzo.

Lì per lì la vostra mente sarà combattuta tra la voglia d’insultarlo e l’invidia. Pensate che suoni cose tecnicamente semplicissime, senza nessuna difficoltà rilevante, e molto probabilmente è anche vero, ma ha comunque qualcosa che voi non avete. Perché? Perché sembra lui il musicista professionista e non voi?

Potreste aver voglia di mettervi a studiare ancora più sodo a questo punto o di voler abbandonare tutto per sempre.

Ma proviamo a farci qualche domanda per cercare di inquadrare meglio la questione.

Porsi sempre le giuste domande

Se non individuiamo con precisione il problema, come possiamo trovare la giusta soluzione?

Quindi, come nel caso precedente, chiediamoci: che differenza c’è tra lui e voi? È solo una questione di semplicità dei pezzi scelti? O magari i brani sono più vicini al gusto del grande pubblico e quindi solo per la giusta scelta lui fa una figura migliore della vostra?

Secondo me queste cose possono influire ma solo in minima parte. Come prima, per me la risposta è: forse, ma non solo.

I fattori del successo

La vera discriminante che mi è sembrato di cogliere parlando e confrontandomi con gli altri ma anche guardando video su YouTube, è che ci sono persone che hanno un repertorio e persone che non ce l’hanno realmente.

La risposta in realtà stava già all’inizio dell’articolo.

Quel vostro amico molto probabilmente ha passato gli ultimi mesi a suonare solo quelle cose. Le ha studiate e le ha suonate per qualcuno più e più volte; poi magari per mancanza di tempo le ha abbandonate e le ha riprese. Prima di passare al altro, vista la lentezza nel processo di apprendimento avvenuto magari per imitazione tramite alcuni tutorial, ha “fatto suo” il pezzo ed è arrivato a padroneggiarlo e ad essere in grado di suonarlo senza l’aiuto di nessuno.

In più, per lui ogni piccolo passo è un carico di entusiasmo. Come accade nei bambini è contento di ogni piccolo progresso mentre a noi alcune cose sembrano ormai scontate e non percepiamo più la gioia e la carica dell’apprendimento e dell’acquisizione di nuove abilità.

Certo, lui non ha esami da preparare, si può concentrare su uno o due brani alla volta mentre noi dobbiamo spesso confrontarci con programmi lunghissimi da preparare anche in poco tempo: i pezzi per prassi, quelli per musica da camera, quelli per accompagnamento pianistico o per repertorio orchestrale.

È vero, ma noi siamo i professionisti, questo è il nostro mestiere e noi abbiamo le conoscenze e le competenze per farcela, dobbiamo solo scremare le nostre giornate dal lavoro inutile.

Molto spesso infatti studiamo in modo meccanico e improduttivo. Ma non dobbiamo dimenticare che lo studio è solo un mezzo, non è il fine. Lo scopo, il fine ultimo è la musica, è l’esecuzione, è il saper suonare qualcosa e padroneggiare lo strumento.

Per quanto riguarda l’esecuzione in pubblico poi mi piace prendere spunto dal consiglio del pianista e compositore Józef Hofmann che suggeriva di studiare tre volte una nuova composizione e poi metterla da parte prima dell’esecuzione sul palco.

Si tratta ovviamente di un ottimo consiglio che richiede però una grande organizzazione. Lo stesso tipo di organizzazione da sempre portata come stendardo dal mio maestro di pianoforte. (Vi consiglio di leggere questo articolo in merito)

Quindi organizzazione e repertorio solo gli elementi che secondo me più di ogni cosa possono fare la differenza.

Avere mai visto i bambini che suonano su YouTube? Se ci fate caso non li sentite mai alle prese con riduzioni semplificate ma sempre con i pezzi originali, pezzi da concerto che suoneranno anche da grandi e che ormai faranno parte in modo quasi indelebile di loro.

Fin dall’inizio qualcuno ha iniziato a creare un repertorio per loro.

Beatrice Rana in un’intervista afferma: “il mio insegnante e mentore Benedetto Lupo, con cui mi sono formata al Conservatorio di Monopoli in Puglia, la mia terra natale, m’incoraggiò a studiare le “Goldberg” fin dall’infanzia.”

Se siete studenti quindi createvi il vostro repertorio, quale che sia la vostra strada diventate bravissimi in qualcosa.

 

Fonti scritte

Heinrich Neuhaus – L’arte di suonare il pianoforte – Sellerio Editore Palermo

Chuan C. Chang – I fondamenti dello studio del pianoforte –  Juppiter Consulting Publishing COmpany

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