Metodi di studio: essere lungimiranti e prevenire gli errori. Pillola n.5 – Guardare avanti

Quella di guardare avanti è una capacità indispensabile per ogni buon musicista.

È stata sicuramente una delle prime cose che mi sono state insegnate quando ho iniziato, anni or sono, a prendere lezioni di pianoforte.

Eppure, un po’ per pigrizia un po’ per svogliatezza, con il tempo ce ne dimentichiamo. Ma se stiamo dedicando tanto tempo ed energie (fisiche e mentali) per imparare a suonare  uno strumento, non vogliamo farlo nel miglior modo possibile? Non vogliamo imparare pezzi nuovi e che ci piacciono e saperli padroneggiare nel minor tempo possibile per poterli far ascoltare ad altri e per goderne noi stessi?

Non dimentichiamo che studiare la “lezioncina” per l’insegnante non serve a nessuno. Ricordiamoci sempre qual è la nostra meta e il nostro obiettivo. 

La “pillola” di oggi riguarda proprio questo argomento.

Pillola n.5

«Aspirare alla posizione più vantaggiosa delle dita in ogni momento è impensabile senza la flessibilità, ma un grande alleato è la lungimiranza. Gli insegnanti sanno quanto spesso i difetti degli allievi siano dovuti all’incapacità di guardare avanti, di prevedere avvenimenti che finiscono per coglierli “impreparati”. […] ricordate, l’errore non commesso è oro, quello commesso e corretto è rame, l’errore commesso e non corretto…indovinate voi stessi.»

Heinrich Neuhaus, L’arte del pianoforte, p. 182

Lo stesso Neuhaus propone un piccolo esercizio sulle scale volto ad “educare” la lungimiranza e consiste nell’affrontare in anticipo il passaggio del pollice, nel prepararlo quindi per tempo in modo da evitare strappi o accenti inopportuni.

In generale guardare uno o due movimenti avanti è fondamentale. Ci sono insegnanti che per “allenare” i propri allievi in questa capacità gli coprono lo spartito progressivamente un istante prima che suonino. Praticamente è l’equivalente di quello che accade con le applicazioni di lettura rapida in cui il testo scorre. Qui a scorrere è un foglio bianco che va a coprire lo spartito: se non abbiamo “guardato avanti” siamo fregati e non sappiamo cosa suonare.

Mi viene in mente un’applicazione Android per allenare la lettura veloce delle note che funziona un po’ allo stesso modo. (Si chiama SolfaReader, ecco qui il link) Avere il pentagramma che scorre autonomamente a velocità via via maggiore obbliga ad essere pronti e ad avere sempre lo sguardo pronto alla nota successiva. La consiglio, è molto utile soprattutto per i principianti.

Sono a favore dei “giochi” educativi (a tal proposito avete già visitato la sezione risorse del blog?) e se ne avete alcuni da consigliare anche voi inseriteli nel commenti e ne parleremo anche insieme.

Ricordate quindi, nella musica come nella vita siate lungimiranti!

Il pianoforte è un’orchestra e noi ne siamo i direttori. Pillola n. 4 – Metodi di studio per il lavoro sul ritmo e sul tempo

1. Come strumentisti in un’orchestra: timbro e suono.

Se suonate il pianoforte anche voi avrete sentito dire che questo magnifico strumento è come un’orchestra sotto le nostre dita.

Quando nelle riduzioni per pf troviamo scritto Oboe oppure Tromba o Violino all’inizio di una frase, l’indicazione non solo ci serve per capire se dobbiamo suonare quel passaggio come fossimo una Tromba, un Oboe o un Violino ma anche per cercare di “imitare” il timbro di quel particolare strumento.

Come abbiamo più volte ripetuto (a cominciare da questo primo articolo della serie ) il segreto è nella mente: più abbiamo chiaro in mente il suono che vogliamo creare tanto più riusciremo ad avvicinarci a esso.

Una volta il mio primo maestro in conservatorio, il musicista-pianista Alexandre Hintchef, mi chiese di cercare un suono che fosse magico per un passaggio di un sonata – “si deve avvicinare al sogno” – mi disse. Potete immaginare la mia gioia e la mia sorpresa quando durante la lezione successiva, sorridendomi, mi disse che era contento che l’avessi preso in parola. Del resto lui mi aveva fatto sentire il suono a cui faceva riferimento e a quel punto era ben chiaro anche a me; il suono ce l’avevo nella testa e nelle orecchie, si trattava solo di far arrivare il messaggio alle mani e tramite queste far cantare il pianoforte con quella particolare voce.

Lo so, stavamo parlando di orchestra e non solo di un suono da pianoforte che risponda a determinate caratteristiche, ma vi assicuro che il principio è uguale. Si deve aver chiaro in mente quello che si vuole raggiungere, si deve poter visualizzare la meta.

Il problema ovviamente riguarda molto anche la mano in senso tecnico (ma non dimentichiamo che parliamo sempre di “téchne” cioè di arte). Ricordo che una volta, ad una lezione di musica da camera, il maestro Francesco Libetta, anche lui grande musicista e pianista, parlò di orchestrazione della mano. E la cosa ha molto senso se pensate che ogni dito ha il suo ruolo, sia che si tratti di fare il solista in mezzo all’accompagnamento sia che si tratti di essere una voce nell’insieme dell’orchestra. Ma ne riparleremo.

Il discorso è molto delicato, bellissimo ma semplice e difficile da trattare allo stesso tempo. Non servirà pensare che per ottenere quel suono il dito dovrà avere quella particolare inclinazione, il polso quell’altra…no. Anche se quello sarà un bagaglio che riuscirete a formarvi (il mio attuale maestro per esempio, mi sa dire esattamente come dovrei tenere la mano per ottenere un suono X) se avete un’idea precisa di quello che volete la vostra mano, guidata dal vostro orecchio, vi indicherà la strada.

Abbiamo quindi preso coscienza del fatto che abbiamo davvero un’orchestra sotto le mani, e noi ne siamo sia i direttori che gli strumentisti.

2. Fare i direttori dell’orchestra per curare i problemi di tempo e ritmo.

E cosa fanno i direttori? Beh, il direttore è “il motore di tutto”. L’orchestra intera è uno strumento che suona al ritmo della sua bacchetta, che suona piano o forte secondo la sua volontà, che accelera o rallenta seguendo le sue indicazioni. Cosa pensereste se un direttore facesse suonare la vostra sinfonia preferita ad una velocità molto ma molto inferiore rispetto alla velocità “giusta”? Molto probabilmente la cosa non sarebbe di vostro gradimento. E quindi perché un pianista dovrebbe suonare qualcosa ad un tempo non adatto o, ancor peggio, con estrema irregolarità nel tempo? Eppure è una cosa che accade molto spesso.

Ecco quindi cosa consiglia Neuhaus per i problemi legati alla gestione del tempo:

Pillola n.4

«Agli studenti  che studiano una composizione e debbono impossessarsi del suo aspetto più importante, vale a dire la struttura ritmica, cioè l’organizzazione del processo temporale, consiglio fermamente di comportarsi come si comporta un direttore con la partitura: mettere lo spartito sul leggio e dirigere la composizione dall’inizio alla fine, come se suonasse qualcun altro, un pianista immaginario, e come se colui che dirige gli imponesse la propria volontà, cioè, prima di tutto i propri tempi, e in più, naturalmente tutti i dettagli dell’esecuzione. »

L’arte del pianoforte, pag. 85, 86

Secondo il nostro mastro quest’operazione facilita il processo di apprendimento e dovrebbe impedire di suonare “quello che viene” invece di quello che si vuole o di quello che vuole l’autore.

Se siamo i direttori di un pianista immaginario dobbiamo pretendere che questo non si lasci guidare dalle difficoltà tecniche e dalla scarsa comprensione di quello che sta suonando.

In sostanza Neuhaus consiglia di «separare l’organizzazione del tempo dal processo di studio dell’opera, di isolarla per poter giungere più facilmente e certamente ad una totale concordanza con se stessi e con l’autore per quanto riguarda il ritmo, il tempo e tutte le loro variazioni.»

Quando sediamo davanti al pianoforte quindi ricordiamolo sempre, siamo pianisti e direttori d’orchestra, dobbiamo essere musicisti a tutto tondo.

La tecnica è arte e nasce dal pensiero. Pillola n.3

Siamo al terzo giorno di questa specie di “lettura rapida” di quel magnifico libro che è L’arte del pianoforte di Heinrich Neuhaus. Se avete perso i primi due passaggi che ho voluto segnalare, le prime due “pillole” salutari per ogni musicista e musicista-insegnante potete cominciare da qui.

Ma andiamo al dunque.

Pillola n.3

«Perfezionare lo stile vuol dire perfezionare il pensiero»

L’arte del pianoforte, pag. 43

Cosa vuol dire? Beh, in realtà niente che già non sappiamo.

Come ci aveva già svelato con la “Pillola n.1” il nostro didatta torna a ribadire che tutto parte dalla mente. Più riusciamo a perfezionare qualcosa a livello del pensiero più potremo avvicinarci a quella perfezione con uno studio coscienzioso.

«Quanto più è chiara la mèta (il contenuto, la musica, la perfezione dell’interpretazione) tanto più chiari saranno i mezzi per raggiungerla.»

Del resto, come Neuhaus amava ricordare ai suoi allievi, la parola “tecnica” proviene dalla parola greca “téchne” che significa arte. Ne deriva che

«qualsiasi perfezionamento della tecnica è perfezionamento dell’arte stessa…»

Diventa una tragedia quindi quando i pianisti isolano in modo assoluto la “tecnica” – mi riferisco adesso al termine nell’accezione che gli diamo ai nostri giorni – da tutto il resto.

Ovviamente questa è una considerazione che dobbiamo ripetere a noi stessi nel momento in cui siamo musicisti, ma abbiamo il dovere di farla comprendere e ricordare anche ai nostri allievi nel momento in cui siamo degli insegnanti.

Lo scopo del resto, non va dimenticato, non è far fare ginnastica alle dita, ma ottenere un’esecuzione artistica, un suono magico e ovviamente scorrevolezza delle dita e pulizia fanno parte del pacchetto.

In un’ottica di questo tipo il lavoro musicale e il lavoro tecnico vengono a fondersi l’un l’altro e i confini non risultano ben definibili. E a questo punto che valore possiamo attribuire a volumi a noi “tanto cari” come il famoso Hanon? (Giusto per dire un nome tra tutti)

Il capitolo, pur essendo “solo” un capitolo introduttivo, è davvero molto interessante, e gli argomenti tutti legati e intrecciati tra loro mi porterebbero a dilungarmi eccessivamente, quindi mi fermo qui per ora ma vi invito a riflettere su quanto detto.

Per quanto mi riguarda se ripenso a tutte le esperienze passate e presenti legate allo studio mi ritrovo perfettamente con le parole del maestro. Se avete opinioni o commenti in merito sarei felice di leggerli.

Pillola n.2 – Per gli insegnanti e i futuri insegnanti: talento e metodo.

Come promesso eccomi con la seconda “pillola” sull’arte del pianoforte. Se volete leggere la prima la trovate qua.

     Heinrich Neuhaus deve essere stato davvero un grande didatta oltre che un magnifico pianista. Ricordiamo che, tra gli altri, Richter è stato suo allievo.  Si proprio quel talento «naturale» di Sviatoslav Richter.

Ma è davvero giusto parlare di talento quando ci si riferisce alla capacità e all’abilità di riuscire particolarmente bene in qualcosa? Io credo di no.

Ho già toccato l’argomento dal punto di vista di chi suona in un altro articolo in cui parlo anche di quello che ritengo uno dei migliori metodi di studio, ma in queste pagine Neuhaus ne parla dal punto di vista del maestro.

Ho trovato le sue parole così illuminanti e così in sintonia con quello che penso dell’insegnamento che ho deciso di condividere con voi l’intero paragrafo. Personalmente terrò queste righe a portata di mano ogni giorno affinché mi siano di continuo stimolo e motivazione nella pratica didattica e nel lavoro da musicista.

Le condivido con voi, sperando che vengano lette da quanti più insegnanti possibile – e anche dai futuri insegnanti. Troppo spesso ho incontrato persone che ritengono superfluo dedicare del tempo all’insegnamento della musica a chi non riesce con facilità nell’impresa.

Pillola n.2

[…] se ci culliamo con parole come talento, genio, natura e così via, semplicemente scartiamo vilmente il problema più scottante, quello che in primo luogo dovrebbe preoccupare gli insegnanti alla ricerca del metodo. Sono convinto che un metodo ponderato dialetticamente e la scuola debbano comprendere tutte le gradazioni del talento – da quello musicalmente carente (perché anche uno così deve studiare la musica, poiché la musica è uno strumento di cultura al pari degli altri) fino al genio «naturale». Se il pensiero sul metodo si concentra su uno spicchio della realtà (lo studente mediamente dotato), allora è dannoso, difettoso, non dialettico e, dunque, inadeguato. Se si vuole seguire un metodo (e chi segue un metodo è obbligato ad esplorare la realtà) allora bisogna farlo fino in fondo, abbracciare tutto l’orizzonte e non girare in tondo nel magico cerchio del proprio sistemino! E veramente è difficile, molto difficile! Ogni grande pianista-artista rappresenta per l’insegnante-ricercatore quello che l’atomo non scisso è per il fisico. Bisogna avere molta energia spirituale, intelligenza, talento e conoscenza per penetrare in questo complesso organismo. Ma proprio di ciò deve occuparsi la metodologia per uscire dal bozzolo e smetterla infine di indurre allo sbadiglio chiunque sia un vero pianista-musicista. Ogni metodologia artistica deve in una certa misura essere interessante e istruttiva, sia per il maestro che per l’allievo, sia per il principiante che per il «diplomando», altrimenti non ha ragione d’essere.

H. Neuhaus

L’arte del pianoforte, pp. 51-52

Il primo segreto dell’arte di suonare il pianoforte – parte 2

Avere la musica nella testa, sentirla pulsare e cantare nel nostro orecchio “mentale” ha una serie di vantaggi e di ripercussioni pratiche. Non si tratta esclusivamente di un dono naturale, ma è qualcosa che può essere affinato ed esercitato.

Ho già parlato della mia prima considerazione di questa capacità applicata allo studio dello spartito lontano dallo strumento.

La seconda considerazione che mi viene in mente riguarda il suono e la Bellezza di quello che si riesce a produrre nel momento in cui si va a suonare. Concedetemi di usare la “B” maiuscola, ma il senso della parola qui è davvero molto alto e ampio, ha a che fare con l’arte in generale, con la poesia, la pittura e la scultura…

In breve: solo avendo in testa l’idea di un bel suono si riuscirà a produrre allo strumento qualcosa di altrettanto bello.

La maggior parte dei bambini hanno difficoltà a creare un bel suono proprio perché nella loro loro testa manca questa idea, non sono ancora abbastanza educati alla musica, ad ascoltarla e ad immaginarla. Ma se Mozart già da bambino era in grado di comporre melodie bellissime e di suonare con maestria vuol dire che qualcosa si può fare per educare i piccoli musicisti alla musica. Anche per loro, proprio come per gli adulti, non basterà mettersi davanti allo strumento e affondare i tasti corrispondenti alle note o far vibrare le giuste corde di un violino o di una chitarra. Ascoltare musica orchestrale, sentire il loro strumento suonato dai migliori musicisti, immaginare la musica nella testa gli aiuterà a fare passi da giganti e a diventare dei veri musicisti.

Il suono va cercato.

A tutti i livelli, se non abbiamo un suono o un’idea di bellezza nel nostro orecchio, se non abbiamo in testa il cantabile di una melodia e non la sentiamo risuonare nelle nostre orecchie, se non siamo in grado di immaginare lo sviluppo del pezzo che stiamo per suonare e sentirlo vivere e svilupparsi davanti a noi alla sua propria velocità, con i suoi timbri e tutte le altre caratteristiche che gli sono proprie, in questi casi come faremo a renderne tutta la bellezza allo strumento? Beh, allora riuscirci sarà davvero molto molto improbabile.

Ascoltarsi è fondamentale perché bisogna essere in grado di produrre un suono che si avvicini il più possibile a quello che sentiamo nella testa. Quindi fate vivere la musica nella vostra testa e vedrete che quella prenderà forma dalle vostre mani e sarà una forma bellissima.

Il primo segreto dell’arte di suonare il pianoforte

Breve introduzione

Voglio condividere con voi dei pensieri e delle riflessioni da quella che sta diventando la mia personale “Bibbia del pianista”.

Rabbrividisco al solo pensiero delle letture e dei materiali disponibili di cui non sono neanche a conoscenza, ma sono davvero contenta che questo piccolo volumetto blu abbia catturato la mia attenzione in libreria.

Il libro in questione è di Heinrich Neuhaus, grande pianista e didatta, e s’intitola L’arte del pianoforte

Sto preparando un’esecuzione per un evento e la tesi del biennio di pianoforte, quindi ho davvero pochissimo tempo, ma proverò a condividere con voi una piccola “pillola” di questo libro ogni giorno…una “cura” per ogni pianista e musicista. Cominciamo.

 

Pillola n.1

 

«Il vero segreto del musicista talentuoso e geniale consiste nel fatto che nel suo cervello la musica vive una sua piena vita ancor prima che egli tocchi un tasto o sfiori la corda dell’arco.»

H. Neuhaus

Si potrebbe parlare a lungo riguardo a questo argomento. Quali sono le sfaccettature di questa affermazione? A me ne vengono in mente alcune…

Una volta mi trovai a parlare con un collega riguardo la buona abitudine di “studiare gli spartiti” prima di iniziare a suonare. Io in realtà non lo facevo molto spesso prima. La mia prima insegnante di pianoforte mi aveva sempre detto di mettermi anche in poltrona a leggere lo spartito (ero ancora una bimba) ma non ne avevo mai capito a fondo il significato. Ne facevo solo una questione di velocità di lettura delle note o di memorizzazione, ma mi sbagliavo.

Qualche anno dopo, suonavo per accompagnare il coro in chiesa e capitava spessissimo che durante la messa mi dessero degli spartiti che non avevo MAI visto. In quelle occasioni poco ci mancava che mi facessi prendere dal panico, ma sfruttavo tutti i minuti in cui non suonavo per leggere lo spartito: nella mia testa lo suonavo lentamente, immaginavo le mani muoversi sulla tastiera, ripetevo lentamente per alcune volte i passaggi che già mentalmente mi creavano qualche problema a livello meccanico e cercavo di “sentire” mentalmente il suono di quei pallini neri che mi fissavano beffardi. In queste occasioni alla fine andava sempre tutto alla grande, ma io ancora non avevo capito l’importanza dell’operazione che facevo in quei minuti rubati quà e là.

Questo mi sembra il primo risvolto “tecnico”, pragmatico, dell’affermazione. Se la musica si è già rivelata a te nella mente, se l’hai vista, l’hai immaginata e hai provato a suonarla con la sola immaginazione, quando ti siederai al pianoforte sarà come se il pezzo l’avessi già suonato altre volte. Avrai inoltre il vantaggio di non aver memorizzato degli errori e di esserti reso conto di tutti i segni di dinamica o di agogica presenti intorno al pentagramma.

Sedersi al pianoforte senza aver mai neanche dato uno sguardo superficiale a quello che si andrà a suonare non è di nessuna utilità. Vi posso assicurare che ad un livello medio, dopo aver studiato lo spartito per un po’ quando ci si siede al pianoforte si possono ottenere risultati migliori di quelli che si ottengono dopo 3-4 giorni di studio del pezzo direttamente allo strumento.

Il collega di cui vi parlavo all’inizio era uno dei migliori del conservatorio e durante le ore in cui non avevamo lezione e non c’erano pianoforti disponibili per esercitarsi lo potevi trovare in una delle aule senza strumento, seduto a un banco con uno spartito sotto gli occhi, assorto e concentrato e con le mani che suonavano nell’aria..

Ho un altra considerazione da fare sull’argomento, ma l’orologio mi dice che è ora di andare al pianoforte. Ve ne parlerò domani…

 

Musicisti: come diventare insegnanti, acquisizione dei 24 cfa, concorso a cattedra a dintorni

Molti studenti ed ex-studenti del conservatorio (e non solo) in queste settimane si trovano alle prese con i percorsi formativi richiesti ai sensi del D.M – 616 del 10/05/2017 per partecipare al prossimo concorso a cattedra.

Molti di noi ovviamente si trovano davanti al dilemma ‘suonare o insegnare?’ ma in qualche modo i più non vogliono lasciare strade intentate, nonostante i pronostici e le statistiche siano poco incoraggianti; altri ancora già insegnano ma sono precari; qualcun altro sa che l’insegnamento nelle scuole non è la sua strada e non si sta cimentando nell’impresa – dispendiosa in termini sia economici che di tempo.

Oggi, domenica, al conservatorio di Lecce è iniziata la prima lezione di Padegogia, in assoluto il corso più interessante al momento; forse per il risvolto pratico della materia; forse per l’insegnante, Gioacchino Palma, che si è posto il problema di capire il perché eravamo lì davanti a lui di domenica mattina, di quali fossero le nostre motivazioni e i nostri obiettivi; forse perché in un qualche modo tutti ci siamo approcciati all’insegnamento e ci siamo domandati quale fosse il modo migliore per trattare con le persone – bambini o adulti – che avevamo di fronte.

La materia è davvero interessante e il docente la tratta molto intelligentemente senza focalizzarsi su un solo metodo didattico particolare ma nell’ottica dell’orizzonte della conoscenza, cercando quindi di esporci il panorama delle diverse teorie per poterle tenere in considerazione oppure decidere criticamente di scartarle.

Molto presto dovrei riuscire a pubblicare anche qualche contenuto in merito. Intanto vi consiglio tre testi che utilizzano lo stesso approccio e che il docente ci ha presentato come dei capisaldi della letteratura sull’argomento.

“Educazione musicale e curricolo” di Maurizio Della Casa – Zanichelli

“Le condotte musicali. Comportamenti e motivazioni del fare e ascoltare musica” di François Delalande  – Editrice CLUEB Bologna

“La musica è un gioco da bambini” di François Delalande – Franco Angeli 

La pedagogia si trova sotto il grande cappello della filosofia che dall’antichità si occupa di vari campi della conoscenza – i grandi filosofi antichi si occupavano anche di musica, matematica, fisica e scienze per esempio.

È curioso notare come la definizione del termine pedagogia storicamente abbia subito delle trasformazioni passando dall’essere teoria all’essere pratica: da teoria generale dell’educazionepratica educativa.

Attualmente la pedagogia si occupa dell’aspetto teorico della questione mentre la didattica, seppur a prima vista sembri semplicemente un suo sinonimo, si occupa della pratica. Le questioni ad esse legate sono fondamentali nell’approccio all’insegnamento e sono innumerevoli. Quindi come in tutte le cose il consiglio è di leggere tanto, leggere con criterio materiale variegato e applicare con intelligenza ciò che si apprende.

Vita da pianisti: genio e sregolatezza o ordine e metodo? Come studiare il pianoforte

Ancora una volta il mio maestro di pianoforte è tornato a parlare della costanza nello studio, dell’avere un’organizzazione rigorosa e di procedere nello studio con ordine quasi maniacale.

Lui è uno dei migliori docenti del conservatorio di Lecce ed è un accanito sostenitore di questa teoria: la applica da sempre e da sempre ottiene i risultati che vuole. Sui suoi spartiti non indica solo le diteggiature e le indicazioni metronomiche ma anche il tempo materiale, in ordine di ore e/o minuti che tutti i giorni gli serve dedicare a quel pezzo in particolare per poter raggiungere il livello desiderato e poterlo presentare al pubblico in modo quanto più vicino all’impeccabile.

Forse siamo troppo abituati a sentir parlare di talento.

Il ‘talento’ così considerato sminuisce tutto lo studio che c’è dietro, tutto il lavoro che è necessario per la preparazione di un pezzo o di un intero programma. Le persone ti sentono suonare e dicono: – “eh..sei davvero portato. Che talento!”

Ma ancora peggio, questo concetto divide le persone in due grandi categorie: quelle che per vocazione divina possono suonare e quelle che, per lo stesso motivo, non possono. E a noi non resta scelta.

Sicuramente la decisione di suonare uno strumento è un po’ una vocazione. Come abbiamo potuto anche leggere nell’intervista a Maria Pina Solazzo (mamma di Beatrice Rana e docente in conservatorio) essere dei musicisti è un’ attività totalizzante, un lavoro che coinvolge ogni aspetto della vita. Bisogna essere in ottima forma sia fisicamente che mentalmente. Concentrazione e prestanza fisica vanno di pari passo. Non si può prescindere da uno stile di vita sano se si vogliono ottenere buoni risultati.

Noi musicisti siamo un po’ come dei chirurghi: se questi la mattina dopo hanno un intervento non possono di certo tirar tardi fino a notte fonda ad ubriacarsi con gli amici; il giorno dopo non sarebbero lucidi, non avrebbero le mani ferme come dovrebbero, non sarebbero fisicamente e mentalmente in grado di reggere le ore di lavoro che li attendono. Allo stesso modo come possiamo noi avere le energie fisiche e mentali necessarie ad affrontare le ore di studio che ci vengono richieste se conduciamo una vita sregolata?

E quindi il programma richiede che almeno in vista della preparazione di un esame o di un concerto si vada a nanna alla 22:30 e ci si alzi per le 7:00/7:30. Poi colazione sana e sostanzionsa e dalle 9:00 alle 13:00 studio BARRICATO.

Si. Proprio come la grappa. Barricata.

Uno studio senza distrazioni, senza cellulare che squilla a portata di mano e senza parenti che vedendoci a casa ci chiamano e ci interpellano per decidere se la disposizione dei cuscini o del divano è di nostro gradimento. Poi pranzo, si rassetta e ci si rilassa e dalle 16:00 alle 20:00 riprendiamo la sessione di lavoro, sempre barricato.

Ovviamente non stiamo parlando dello studio richiesto ad un bambino che sta iniziando a studiare lo strumento, ma stiamo parlando di un programma forse un po’ ideale per un professionista, o anche già per un allievo di ottavo/decimo anno.

In realtà già con 4-6 ore di studio si possono ottenere dei buoni risultati, ma ovviamente dipende dal repertorio che si vuole affrontare.

Se ci pensate però un lavoratore non fa meno di sei ore di lavoro ogni giorno, e questo è il lavoro dei musicisti. Almeno sei ore di studio non dovrebbero sembrarci spropositate. Di sicuro c’è chi è in grado di ottenere ottimi risultati anche con quattro o cinque, ma la costanza resta una cosa fondamentale.

Il vero problema secondo me è che ‘lavorando’ a casa ci sentiamo autorizzati ad interrompere la sessione di studio…o acconsentiamo a farla interrompere da altri.

È importantissimo quindi capire, in base alle reali e concrete necessità quotidiane di ognuno di noi, quanto tempo possiamo dedicare ogni giorno allo studio. (Ovviamente gli imprevisti ci sono e ci possono essere, ma non devono essere la regola – provate sempre a pensare a cosa direbbe il vostro datore di lavoro!!!)

Dopo aver individuato le ore a nostra disposizione ogni giorno possiamo capire in quanto tempo siamo in grado di presentare un pezzo al pubblico. Se dobbiamo preparare un esame volendo portare dai brani che richiedono almeno tre mesi di studio lavorando 6 ore al giorno ma ci siamo ridotti ad avere solo due mesi e 4 ore di studio ci stiamo imbarcando in un’impresa impossibile, bisognerà quanto meno scegliere dei pezzi che siano più alla portata.

Un’organizzazione precisa permette di ottenere i risultati che si vogliono e lo studio sarà costante e costruttivo. Proprio come i ballerini hanno bisogno di costante allenamento per ballare al meglio delle loro possibilità, le nostre mani hanno bisogno di eseguire i passaggi tencini più volte per acquisire sicurezza e agilità nei movimenti.

Quello proposto dal maestro è un metodo di studio davvero molto razionale, e qualcuno potrebbe pensare che tutta questa razionalità non collimi con l’aspetto musicale della professione, lo pensavo anche io, ma adesso sono convinta che non sia così. Almeno non completamente.

La cosa che più mi piace è che questo modo di vedere le cose non rende l’essere musicisti una cosa legata esclusivamente a un dono mistico.

È vero, alcuni hanno una sensibilità e una musicalità maggiore di altri, e questo davvero può essere un dono. È anche vero che ci sono delle mani che per la loro costituzuone fisica rendono impervia l’esecuzione di alcuni brani scritti da chi aveva invece mani grandi e forti, ma con questo metodo chiunque ce la può fare scegliendo, passo dopo passo, pezzi che siano alla propria portata.

La filosofia di fatto è questa: “Se lo faccio io potete farlo anche voi” quindi buono studio a tutti.

La piccola cantante viennese

Vienna, Austria, 4 Gennaio 2018

 

È la prima sera a Vienna. Siamo arrivati da non più di un paio d’ore e la città mi ha già colpito molto. Le strade sono pulite, ampie e luminose nonostante la giornata grigia; i palazzi sono tutti molto belli, ogni angolo è ricco di storia; il primo parco che abbiamo incontrato lungo la strada era ben organizzato e pieno di vita. Era Stadtpark. Mi colpisce subito la buffa disposizione delle panchine che sono messe in fila una accanto all’altra per i viali. Sono almeno una dozzina, e dopo un tratto ve ne sono delle altre posizionate allo stesso modo. L’impatto visivo è bizzarro, ma deve essere utile visto che nel mio piccolo paese si deve fare a gare per avere un posticino libero su una panchina! Questa città ha già catturato il mio interesse.

Forse lo stile, l’impatto visivo anzi, me la fa frettolosamente classificare appena un filino al di sotto di Parigi che appare un po’ più scintillante con le sue orlature dorate dei palazzi, con le tipiche facciate in legno di ‘bistrot’ e piccoli negozi e un fascino che non si sa da di preciso da dove venga sprigionato, ma ci sono cose che mi sembra  non reggano il confronto. E alla fine di questa breve vacanza posso dire di non essermi sbagliata. Ma arriviamo a ciò che di questa città mi ha fatto scaldare il cuore.

Vienna è la capitale della musica.

Silenzio.

Assorbite queste parole.

Perchè davvero Vienna è stata il cuore pulsante di quasi tutta la musica ‘colta’ occidentale. E non solo lo è stata, ma sembra continuare ad esserlo. Sale da concerto e teatri ovunque. Cinque minuti dopo essere usciti dalla stazione siamo arrivati a Stadtpark, un grazioso parco in cui come prima cosa mi sono imbattuta in un volto molto familiare: ero faccia a faccia con una bella statua in pietra di Franz Peter Schubert.

Continuando la passeggiata nel parco abbiamo incontrato altri artisti più o meno noti, fino ad arrivare ad una statua dorata tenuta sicuramente in gran conto visto che intorno vi è costruito una specie di monumento. Questa volta si trattava di Johann Strauss e a pochi metri da lui si ergeva una bellissima costruzione: il Kursalon Wien. Di cosa si tratta? Ovviamente di una sala da concerto!

Passeggiando per la città e i dintorni non ricordo di aver visto una sola loncandina di un qualche film se non appena fuori da un cinema, ma in ogni galleria, in ogni spazio pubblicitario, ad ogni incrocio e forse financo in metropolitana si possono trovare locandine di concerti o di spettacoli teatrali. È evidente che qui la ‘musica classica’ è viva. Se le persone non andassero a teatro non ci sarebbe tutta questa offerta e se fossero solo spettacoli dedicati ai turisti non ci sarebbe la varietà che invece c’è.

Il punto focale di questa prima sera a Vienna si trova in una via nelle immediate vicinanza di Stephansplatz. Eravano giunti all’immensa cattedrale gotica dedicata proprio a Santo Stefano. Questa costruzione toglie il fiato per la sua maestosità e riempie l’enorme piazza. L’interno è ancora più sconvolgente, proprio con la definizione che ne da il vocabolario Treccani «Severo e solenne insieme, tale da ispirare riverenza o stupefatta ammirazione». Vorremmo restare ad ammirare questo spettacolo a lungo, ma sentiamo la città pulsare intorno a noi e la curiosità è un ospite avido.

Usciti dalla cattedrale proseguiamo il nostro giro sul Graben, la passeggiata principale ancora riccamente illuminata per le festività. Le decorazioni natalizie qui sono grandi ma mai pacchiane. Non siamo ancora arrivati alla Wiener Pestsäule, la grande colonna in stile barocco austriaco , che un capannello di persone attira la nostra attenzione.

Al centro una cantante, una ragazza giovane, credo potesse avere all’incirca la mia stessa età. Tutta infagottata per resistere al freddo viennese era in grado di catturare l’attenzione della gente come se potesse sfuttare un qualche potere magnetico. Non era molto grande di statura, non aveva una presenza di quelle che fanno destare l’attenzione al primo sguardo, ma non appena iniziava a cantare era in grado di rapire i cuori di chi l’ascoltava. Era supportata solo da un piccola cassa bluetooth collegata al cellulare che le faceva da accompagnamento musicale. Un sostegno molto esile quindi, la bravura era tutta la sua. Cantava arie d’opera perlopiù, ma anche alcuni successi del nostro Andrea Bocelli. Alcuni erano completamente rapiti e assorti, qualcun altro era trasportato a cantare con lei quasi come in un duetto ma veniva presto zittito dai presenti che non volevano ascoltare che lei. Nessuno si asteneva poi dal lasciare un piccolo compenso per il gradito intrattenimento.

Stando così le cose, come si fa a considerare a livello inferiore gli artisti di strada? Perchè il pregiudizio permea le nostre giornate e le nostre vite? A mio avviso quella esecuzione non aveva per il cuore nulla di meno di una performance che si potrebbe ascoltare in un grande teatro.

Viva la musica che scalda il cuore, in ogni sua forma, in ogni suo luogo.

Jazz & Love

L’altro giorno ero a Roma e, passando davanti al chioschetto di un’edicola, una scintillante rivista dalla copertina rosa e con la foto di Ella Fitzgerald ha attirato la mia attenzione. È così che ho scoperto Classic Jazz, una rivista bimestrale che sembra davvero molto interessante.

L’editoriale in prima pagina ha già tutta la mia attenzione. Ancora una volta parliamo della stretta relazione tra musica e cervello e del potere della musica.

Francesco Coniglio esordisce dicendo “Chi non suona non lo sa. I musicisti utilizzano, nel loro linguaggio quotidiano, un’infinità di metafore sessuali. E tutte partono da un fatto dato per scontato: suonare è come fare sesso!”

Sacrosanto. Verissimo. E quando arriva il momento in cui un musicista prende consapevolezza di questa cosa  è come se cadesse un velo che prima lo separava dallo strumento.

Quando suoniamo con trasporto assumiamo espressioni e atteggiamenti che usiamo con la persona amata, per esempio. Suonare è come vivere e regala lo stesso concentrato di emozioni .

Coniglio fa riferimento ad un documentario presente su YouTube (https://www.youtube.com/watch?v=ZZdXoER96is) su prove e concerto del Quintetto con piano D667 “La Trota” di Schubert con Daniel Barenboim, Itzhak Perlman, Pinchas Zukerman e Zubin Mehta. Secondo lui si tratta di un vero e proprio documentario erotico.

Fate caso alla postura dei musicisti sullo strumento, alle espressioni dei volti, all’inarcamento dei corpi. Tutto fa pensare alle forti sensazioni provate dai musicisti, ma questo potete vederlo con qualunque bravo musicista, anche al di fuori di questo documentario.

Il piacere che si prova nel suonare è diverso suonando da solisti o in gruppo, suonando per un pubblico o meno, ed è diverso suonando un autore piuttosto che un altro, ma si parla sempre di emozioni molto intense. In alcuni momenti si tratta di godimento puro. Questo godimento non solo è palesemente visibile ma arriva a coinvolgere e travolgere anche l’ascoltatore.

Francesco Coniglio dice che l’ascolto di una pièce musicale che ci piace provoca sensazioni molto simili alla tensione erotica proprio come la visione di un film erotico o l’incontro con una persona dalla quale siamo attratti.

Come stiamo ormai imparando da questi brevi articoli su musica e cervello, il profondo piacere che ricaviamo dalla musica ha delle specifiche basi neuronali e neurofisiologi e biochimici le studiano da decenni.

Il procedere della ricerca, negli ultimi anni, ha dimostrato che uno stimolo astratto come la musica può generare euforia e desiderio paragonabili a quelli indotti da molecole che implicano l’intervento del sistema dopaminergico striatale ci fa sapere Coniglio.

Cioè la musica è in grado di farci rilasciare dopamina al pari di altri stimoli quali il sesso, il buon cibo, l’acqua e altri stimoli legati ai meccanismi motivazione-ricompensa.  Naturalmente la quantità di dopamina prodotta sarà legata all’intensità del piacere.

Questa sostanza, una sorta di “droga del piacere” (Coniglio) o “l’ormone dell’euforia” secondo alcuni, interviene sul controllo dei muscoli, sul sonno, sulla motivazione, sul battito cardiaco e sul respiro, sulla memoria, sull’apprendimento e sull’umore.

La dopamina è davvero una sostanza potente e la musica è in grado di donarcela, sia se siamo musicisti sia se siamo ascoltatori. Ancora una volta ci rendiamo conto di quanto sia potente e benefica la musica.

P.S.  Per approfondire, Francesco Coniglio cosiglia vivamente Perchè ci piace la musica. Orechio, emozione, evoluzione di Silvia Bencivelli. Io non l’ho ancora letto, ma sono curiosa e l’ho già ordinato.