Ecco cosa dobbiamo ricordare quando insegniamo musica. Pillola n.6

Bisogna avere un influsso non solo intellettuale ma anche emotivo sugli allievi.

Ne sono assolutamente convinta, e questo influsso deve essere positivo ovviamente.

Consigli per i genitori: badate bene a insegnanti troppo negativi nell’approccio didattico con vostro figlio.

Vi consiglio di leggere questa intervista.  A parlare è la mamma di una pianista eccezionale. Anche lei, pur essendo musicista, è incappata in persone negative, persone che fanno perdere le energie e l’entusiasmo. Come sapete credo nel ruolo culturale della musica, quindi tutti dovrebbero studiare musica (ma ne ho già parlato qui)

Consigli per gli insegnanti (dal grande didatta Heinrich Neuhaus): non impartite insegnamenti vuoti, l’arte del pianoforte non è solo una questione meccanica.

E cosa succede invece con la maggioranza dei metodi e spesso anche degli insegnanti? (ahimè ne ho incontrati molti e dopo aver sperimentato sulla pelle la differenza con un vero insegnante capisco quanto tempo è andato perduto)

Questi vanno troppo spesso a considerare esclusivamente l’aspetto razionale, il lato intellettuale “dell’azione” artistica. I lavori che ne risultano sono inevitabilmente vuoti.

Ricordo che il mio maestro una volta mi disse che mentre faceva gli esercizi di tecnica “pura” aveva sul leggio una rivista…e la leggeva ovviamente. Quello era solo un lavoro meccanico, semplicemente ginnastica per le dita. Per fortuna il suo lavoro non si limitava a quello (ma non è una cosa scontata).

Come insegnanti non possiamo limitarci a fare un lavoro vuoto

Pillola n.6

«Penso che l’obiettivo di rafforzare e sviluppare il talento di un allievo, e non solo di insegnargli a “suonare bene”, di renderlo cioè più intelligente, più sensibile, più onesto, più giusto, più tenace (non continuerò!) sia un compito reale, seppur non completamente realizzabile, imposto dalle leggi del nostro tempo e dell’arte stessa, un obiettivo dialetticamente giustificato.»

Heinrich Neuhaus, L’arte del pianoforte, pag.72

Ovviamente il lavoro sarà diverso per ogni allievo, e l’insegnante dovrà aver cura di variare il suo approccio. Con un allievo  «meno evoluto si intensificheranno le discussioni e le spiegazioni» e da parte sua questo allievo dovrà essere molto più meticoloso e metodico nel lavoro pianistico.

Ma una volta che si riesca a penetrare il significato e il contenuto di una composizione, una volta che si siano esplorati i limiti dell’espressività e superate le difficoltà tecniche riusciremo (e ci riusciranno anche gli allievi) a raggiungere il risultato desiderato.

La variabile sarà il tempo che si impiegherà per percorrere la strada e la costanza del passo. Buona musica a tutti.

La tecnica è arte e nasce dal pensiero. Pillola n.3

Siamo al terzo giorno di questa specie di “lettura rapida” di quel magnifico libro che è L’arte del pianoforte di Heinrich Neuhaus. Se avete perso i primi due passaggi che ho voluto segnalare, le prime due “pillole” salutari per ogni musicista e musicista-insegnante potete cominciare da qui.

Ma andiamo al dunque.

Pillola n.3

«Perfezionare lo stile vuol dire perfezionare il pensiero»

L’arte del pianoforte, pag. 43

Cosa vuol dire? Beh, in realtà niente che già non sappiamo.

Come ci aveva già svelato con la “Pillola n.1” il nostro didatta torna a ribadire che tutto parte dalla mente. Più riusciamo a perfezionare qualcosa a livello del pensiero più potremo avvicinarci a quella perfezione con uno studio coscienzioso.

«Quanto più è chiara la mèta (il contenuto, la musica, la perfezione dell’interpretazione) tanto più chiari saranno i mezzi per raggiungerla.»

Del resto, come Neuhaus amava ricordare ai suoi allievi, la parola “tecnica” proviene dalla parola greca “téchne” che significa arte. Ne deriva che

«qualsiasi perfezionamento della tecnica è perfezionamento dell’arte stessa…»

Diventa una tragedia quindi quando i pianisti isolano in modo assoluto la “tecnica” – mi riferisco adesso al termine nell’accezione che gli diamo ai nostri giorni – da tutto il resto.

Ovviamente questa è una considerazione che dobbiamo ripetere a noi stessi nel momento in cui siamo musicisti, ma abbiamo il dovere di farla comprendere e ricordare anche ai nostri allievi nel momento in cui siamo degli insegnanti.

Lo scopo del resto, non va dimenticato, non è far fare ginnastica alle dita, ma ottenere un’esecuzione artistica, un suono magico e ovviamente scorrevolezza delle dita e pulizia fanno parte del pacchetto.

In un’ottica di questo tipo il lavoro musicale e il lavoro tecnico vengono a fondersi l’un l’altro e i confini non risultano ben definibili. E a questo punto che valore possiamo attribuire a volumi a noi “tanto cari” come il famoso Hanon? (Giusto per dire un nome tra tutti)

Il capitolo, pur essendo “solo” un capitolo introduttivo, è davvero molto interessante, e gli argomenti tutti legati e intrecciati tra loro mi porterebbero a dilungarmi eccessivamente, quindi mi fermo qui per ora ma vi invito a riflettere su quanto detto.

Per quanto mi riguarda se ripenso a tutte le esperienze passate e presenti legate allo studio mi ritrovo perfettamente con le parole del maestro. Se avete opinioni o commenti in merito sarei felice di leggerli.

Pillola n.2 – Per gli insegnanti e i futuri insegnanti: talento e metodo.

Come promesso eccomi con la seconda “pillola” sull’arte del pianoforte. Se volete leggere la prima la trovate qua.

     Heinrich Neuhaus deve essere stato davvero un grande didatta oltre che un magnifico pianista. Ricordiamo che, tra gli altri, Richter è stato suo allievo.  Si proprio quel talento «naturale» di Sviatoslav Richter.

Ma è davvero giusto parlare di talento quando ci si riferisce alla capacità e all’abilità di riuscire particolarmente bene in qualcosa? Io credo di no.

Ho già toccato l’argomento dal punto di vista di chi suona in un altro articolo in cui parlo anche di quello che ritengo uno dei migliori metodi di studio, ma in queste pagine Neuhaus ne parla dal punto di vista del maestro.

Ho trovato le sue parole così illuminanti e così in sintonia con quello che penso dell’insegnamento che ho deciso di condividere con voi l’intero paragrafo. Personalmente terrò queste righe a portata di mano ogni giorno affinché mi siano di continuo stimolo e motivazione nella pratica didattica e nel lavoro da musicista.

Le condivido con voi, sperando che vengano lette da quanti più insegnanti possibile – e anche dai futuri insegnanti. Troppo spesso ho incontrato persone che ritengono superfluo dedicare del tempo all’insegnamento della musica a chi non riesce con facilità nell’impresa.

Pillola n.2

[…] se ci culliamo con parole come talento, genio, natura e così via, semplicemente scartiamo vilmente il problema più scottante, quello che in primo luogo dovrebbe preoccupare gli insegnanti alla ricerca del metodo. Sono convinto che un metodo ponderato dialetticamente e la scuola debbano comprendere tutte le gradazioni del talento – da quello musicalmente carente (perché anche uno così deve studiare la musica, poiché la musica è uno strumento di cultura al pari degli altri) fino al genio «naturale». Se il pensiero sul metodo si concentra su uno spicchio della realtà (lo studente mediamente dotato), allora è dannoso, difettoso, non dialettico e, dunque, inadeguato. Se si vuole seguire un metodo (e chi segue un metodo è obbligato ad esplorare la realtà) allora bisogna farlo fino in fondo, abbracciare tutto l’orizzonte e non girare in tondo nel magico cerchio del proprio sistemino! E veramente è difficile, molto difficile! Ogni grande pianista-artista rappresenta per l’insegnante-ricercatore quello che l’atomo non scisso è per il fisico. Bisogna avere molta energia spirituale, intelligenza, talento e conoscenza per penetrare in questo complesso organismo. Ma proprio di ciò deve occuparsi la metodologia per uscire dal bozzolo e smetterla infine di indurre allo sbadiglio chiunque sia un vero pianista-musicista. Ogni metodologia artistica deve in una certa misura essere interessante e istruttiva, sia per il maestro che per l’allievo, sia per il principiante che per il «diplomando», altrimenti non ha ragione d’essere.

H. Neuhaus

L’arte del pianoforte, pp. 51-52

Musicisti: come diventare insegnanti, acquisizione dei 24 cfa, concorso a cattedra a dintorni

Molti studenti ed ex-studenti del conservatorio (e non solo) in queste settimane si trovano alle prese con i percorsi formativi richiesti ai sensi del D.M – 616 del 10/05/2017 per partecipare al prossimo concorso a cattedra.

Molti di noi ovviamente si trovano davanti al dilemma ‘suonare o insegnare?’ ma in qualche modo i più non vogliono lasciare strade intentate, nonostante i pronostici e le statistiche siano poco incoraggianti; altri ancora già insegnano ma sono precari; qualcun altro sa che l’insegnamento nelle scuole non è la sua strada e non si sta cimentando nell’impresa – dispendiosa in termini sia economici che di tempo.

Oggi, domenica, al conservatorio di Lecce è iniziata la prima lezione di Padegogia, in assoluto il corso più interessante al momento; forse per il risvolto pratico della materia; forse per l’insegnante, Gioacchino Palma, che si è posto il problema di capire il perché eravamo lì davanti a lui di domenica mattina, di quali fossero le nostre motivazioni e i nostri obiettivi; forse perché in un qualche modo tutti ci siamo approcciati all’insegnamento e ci siamo domandati quale fosse il modo migliore per trattare con le persone – bambini o adulti – che avevamo di fronte.

La materia è davvero interessante e il docente la tratta molto intelligentemente senza focalizzarsi su un solo metodo didattico particolare ma nell’ottica dell’orizzonte della conoscenza, cercando quindi di esporci il panorama delle diverse teorie per poterle tenere in considerazione oppure decidere criticamente di scartarle.

Molto presto dovrei riuscire a pubblicare anche qualche contenuto in merito. Intanto vi consiglio tre testi che utilizzano lo stesso approccio e che il docente ci ha presentato come dei capisaldi della letteratura sull’argomento.

“Educazione musicale e curricolo” di Maurizio Della Casa – Zanichelli

“Le condotte musicali. Comportamenti e motivazioni del fare e ascoltare musica” di François Delalande  – Editrice CLUEB Bologna

“La musica è un gioco da bambini” di François Delalande – Franco Angeli 

La pedagogia si trova sotto il grande cappello della filosofia che dall’antichità si occupa di vari campi della conoscenza – i grandi filosofi antichi si occupavano anche di musica, matematica, fisica e scienze per esempio.

È curioso notare come la definizione del termine pedagogia storicamente abbia subito delle trasformazioni passando dall’essere teoria all’essere pratica: da teoria generale dell’educazionepratica educativa.

Attualmente la pedagogia si occupa dell’aspetto teorico della questione mentre la didattica, seppur a prima vista sembri semplicemente un suo sinonimo, si occupa della pratica. Le questioni ad esse legate sono fondamentali nell’approccio all’insegnamento e sono innumerevoli. Quindi come in tutte le cose il consiglio è di leggere tanto, leggere con criterio materiale variegato e applicare con intelligenza ciò che si apprende.