Quanto tempo serve per preparare un pezzo?

 

Ormai i miei studi in conservatorio sono finiti, ma nell’ultimo anno prima della laurea ho fatto mio il metodo di cui il mio maestro mi ha sempre parlato: il famigerato metodo della lenticchia!

Non siete stati scossi da un brivido di paura? Beh…allora non sapete bene di cosa si tratta.

Una volta spiegato potrà sembrare terrificante ma vi assicuro che non lo è. Si tratta di una di quelle classiche cose che a pensarle spaventano e sembrano impossibili ma poi non lo sono così tanto e sopratutto danno grande soddisfazione.

Dunque: state studiando un nuovo pezzo? Avete delle difficoltà che vi sembra di non riuscire a superare? Non riuscite ancora ad avere piena sicurezza del pezzo che state preparando?

Bene. Nessun problema, è tutto facilmente risolvibile: prendete un pacco di lenticchie (da chilo, mi raccomando) e mettetelo alla vostra destra; suonate il passaggio che vi da problemi o la frase su cui volete lavorare o un’intera pagina del pezzo e poi prendete una lenticchia dal pacco e spostatela alla vostra sinistra. Quindi risuonate il passaggio incriminato, prendete e spostate un’altra lenticchia e così via fino a che non avrete spostato tutte le lenticchie a vostra disposizione.

Tenere il pacco di lenticchie a sinistra o a destra non cambierà il risultato ottenuto con questo magico processo! 😀

Forse state pensando che sia impazzita, ma non è così.

Il mio carissimo maestro Corrado Nicola De Bernart ha sempre parlato dello studio al pianoforte in modo molto razionale (vi ricordate quando vi ho parlato dello studio barricato?) ma personalmente, all’inizio non ero affatto convinta delle sue affermazioni. Questo fino a che non ho provato a seguire alla lettera le sue indicazioni. (Va bene, lo ammetto, forse un po’ troppo alla lettera, ma avevo bisogno di toccare con mano l’intero processo)

“Organizzazione” è la sua parola d’ordine e va a braccetto con “pianificazione”. Perché? Perché solo pianificando le ore di studio e organizzando la giornata possiamo preparare un programma in dei tempi stabiliti.

Mettiamo il caso che ci chiedano di suonare un certo programma X per un concerto o una serata di cui si conosce già la data. Alcuni pezzi di questo programma già fanno parte del nostro repertorio ma altri no: come facciamo a decidere se accettare l’ingaggio oppure rifiutarlo?

Abbiamo il tempo necessario per preparare tutti i pezzi e presentarli a un pubblico? Quali sono i nostri passi: decidiamo di affidarci al caso o riusciamo a fare una stima precisa del tempo che ci occorre per preparare quei pezzi?

Che siate pianisti o strumentisti di altro genere la sostanza non cambia: occorre essere lungimiranti e saper organizzare e programmare il lavoro, almeno se si vuole essere professionali.

Come ho detto nell’articolo sullo studio barricato, sugli spartiti del mio maestro è sempre indicato il tempo da dedicare giornalmente a un pezzo in particolare. Se per motivi organizzativi quel pezzo viene studiato a giorni alterni si troverà anche l’indicazione dei giorni della settimana. Ma proviamo un attimo ad usare un po’ di senso pratico.

Il metodo della lenticchia nella sua purezza presenta dei problemi logistici: primo fra tutti non possiamo usare un pacco di lenticchie per ogni pezzo, quindi, volendo, possiamo lasciare le lenticchie in cucina…o quasi…

La sostanza di questo metodo sta nella ripetizione, ripetizione, ripetizione.

Ce lo siamo detti parlando delle affinità con le arti marziali e lo dice tra gli altri Heinrich Neuhaus nel suo libro L’arte del pianoforte – libro di cui consiglio vivamente la lettura per il suo carattere formativo e illuminante anche per i non pianisti.

Più volte in classe il mio maestro aveva parlato di un numero x di ripetizioni necessarie alla padronanza di un pezzo. Cioè, non era inusuale sentirgli dire “…se non l’hai suonato almeno 1000/1500 volte come puoi pretendere che funzioni?…”

Ora, su questo numero non mi posso esprimere, mi è sempre sembrato molto ma molto alto e con le scadenze che ho avuto fino ad ora non sono ancora riuscita a raggiungerlo, però ho individuato un numero minimo di ripetizioni oltre il quale il pezzo inizia a camminare da sé proprio come se facesse un salto di qualità.

Stando alla mia esperienza documentata, questo numero è risultato valido per pezzi di varia difficoltà. A cambiare è però il fattore tempo cioè il tempo che si impiega nel raggiungere tale numero di ripetizioni.

Se siamo alle prese con un pezzo di musica contemporanea, ricco di alterazioni, accordi e dissonanze probabilmente impiegheremo molto più tempo che non studiando una composizione minimalista. Lo stesso dicasi se affrontiamo un pezzo con notevoli difficoltà tecniche come uno studio di Liszt per esempio. Ma questo è comunque un fattore soggettivo.

La cosa importante e illuminante è che avendo individuato questo numero minimo di ripetizioni basterà capire il tempo che ogni ripetizione richiede a seconda della difficoltà del pezzo e potremo fare una stima abbastanza precisa del tempo che ci occorrerà per preparare il pezzo in questione e renderlo presentabile ad un pubblico.

A ben pensare poi, questo metodo basato sulle ripetizioni non è una cosa così strana. Molti metodi per principianti ne fanno uso e sicuramente è stato usato anche su di voi per i vostri primi passi sul pianoforte o al vostro strumento, qualunque esso sia. La vostra insegnante non vi ha mai indicato “ripetere questo passaggio 10 volte”, per esempio?…beh, questo è il metodo della lenticchia, ma tarato nel modo ritenuto più opportuno dall’insegnante.

Personalmente ho un piccolo blocco note in cui indico nome e autore del pezzo e il numero di ripetizioni fatte con delle lineette. Per comodità di conteggio le raggruppo in gruppi da 5 e file da 10. Potete usare un foglio bianco o delle piccole tabelle a seconda di come preferite, ma i vantaggi, posso garantire, non tarderanno ad arrivare e potrete anche rendervi conto di quanto molto spesso siamo portati a scoraggiarci perché qualcosa non ci esce…fino a che non ci rendiamo conto che in fondo l’abbiamo ripetuto solo una decina di volte.

 

 

Del resto, il talento non basta lo sappiamo, la vera arma è il lavoro quotidiano. Come ricorda Mario Marzi in questo video di Made In Orchestra, il segreto vero è “una goccia di talento e un mare di sudore”.

Quindi buone lenticchie a tutti!

Riflessioni sull’esecuzione in pubblico: perché non ci si sente mai pronti? Consigli pratici

Il problema

Ad alcuni studenti di musica o di conservatorio può capitare di non avere mai pezzi pronti da eseguire se non prima di un esame o di non essere mai soddisfatti della propria esecuzione.

Preparati i pezzi in questione e superati gli esami si ricomincia a studiare qualcosa di nuovo, ci si lascia assorbire dallo studio e dalla routine della giornata e si finisce per abbandonare completamente i pezzi portati a termine.

Ma come? Finalmente abbiamo un bel pezzo sotto le dita, siamo arrivati a padroneggiarlo e con un altro po’ di lavoro potremmo portarlo alla perfezione e la prima cosa che facciamo è abbandonarlo nel dimenticatoio?

Come possiamo in questo modo affrontare l’esecuzione in pubblico con lo stato d’animo e la preparazione migliore? In tali condizioni persino proporre un’esecuzione a parenti e amici può diventare uno strazio. Molto probabilmente ci ritroveremo ad eseguire i pezzi che stiamo finendo di studiare senza mai proporre una vera performance da professionisti.

Una storia vera come tante: un piccolo spettacolo in casa

Immaginate la scena: avete organizzato una rimpatriata a casa vostra, gli amici vi chiedono di suonare qualcosa e voi fate la vostra tranquilla esibizione, magari con qualche incertezza qua e là ma molto ben camuffata.

Tutto bene alla fine: applausi, complimenti e pacche sulla spalla ma dentro di voi siete soddisfatti solo in parte.

Vi vengono in mente alcuni compagni di corso brillanti e vorreste avere il loro atteggiamento un po’ spavaldo e sicuro allo strumento.

Vi siete mai chiesti qual è la differenza tra voi e loro? Cosa fanno loro di diverso da voi?

È un problema di timidezza? Studiate nel modo sbagliato? Non studiate a sufficienza? Scegliete i pezzi sbagliati?

Forse.

Forse ma non solo secondo me.

Vi propongo un’altra scenetta che mi è capitato realmente di vedere.

Siamo ancora alla vostra rimpatriata, avete finito di suonare e state per tornare alla vostra serata quando un amico vi chiede di poter usare il vostro strumento: è da un po’ che nel tempo libero si diletta a suonare.

Alla fine della sua esibizione non sapete se strapparvi i capelli o desiderare che si apra una voragine nel pavimento per inghiottirvi.

Molto probabilmente ha suonato la cover di una colonna sonora o del pezzo del momento, ma lo ha fatto con l’atteggiamento da grande musicista e con una sicurezza ed una spavalderia da fare invidia a chiunque. Magari ha suonato anche più di un pezzo.

Lì per lì la vostra mente sarà combattuta tra la voglia d’insultarlo e l’invidia. Pensate che suoni cose tecnicamente semplicissime, senza nessuna difficoltà rilevante, e molto probabilmente è anche vero, ma ha comunque qualcosa che voi non avete. Perché? Perché sembra lui il musicista professionista e non voi?

Potreste aver voglia di mettervi a studiare ancora più sodo a questo punto o di voler abbandonare tutto per sempre.

Ma proviamo a farci qualche domanda per cercare di inquadrare meglio la questione.

Porsi sempre le giuste domande

Se non individuiamo con precisione il problema, come possiamo trovare la giusta soluzione?

Quindi, come nel caso precedente, chiediamoci: che differenza c’è tra lui e voi? È solo una questione di semplicità dei pezzi scelti? O magari i brani sono più vicini al gusto del grande pubblico e quindi solo per la giusta scelta lui fa una figura migliore della vostra?

Secondo me queste cose possono influire ma solo in minima parte. Come prima, per me la risposta è: forse, ma non solo.

I fattori del successo

La vera discriminante che mi è sembrato di cogliere parlando e confrontandomi con gli altri ma anche guardando video su YouTube, è che ci sono persone che hanno un repertorio e persone che non ce l’hanno realmente.

La risposta in realtà stava già all’inizio dell’articolo.

Quel vostro amico molto probabilmente ha passato gli ultimi mesi a suonare solo quelle cose. Le ha studiate e le ha suonate per qualcuno più e più volte; poi magari per mancanza di tempo le ha abbandonate e le ha riprese. Prima di passare al altro, vista la lentezza nel processo di apprendimento avvenuto magari per imitazione tramite alcuni tutorial, ha “fatto suo” il pezzo ed è arrivato a padroneggiarlo e ad essere in grado di suonarlo senza l’aiuto di nessuno.

In più, per lui ogni piccolo passo è un carico di entusiasmo. Come accade nei bambini è contento di ogni piccolo progresso mentre a noi alcune cose sembrano ormai scontate e non percepiamo più la gioia e la carica dell’apprendimento e dell’acquisizione di nuove abilità.

Certo, lui non ha esami da preparare, si può concentrare su uno o due brani alla volta mentre noi dobbiamo spesso confrontarci con programmi lunghissimi da preparare anche in poco tempo: i pezzi per prassi, quelli per musica da camera, quelli per accompagnamento pianistico o per repertorio orchestrale.

È vero, ma noi siamo i professionisti, questo è il nostro mestiere e noi abbiamo le conoscenze e le competenze per farcela, dobbiamo solo scremare le nostre giornate dal lavoro inutile.

Molto spesso infatti studiamo in modo meccanico e improduttivo. Ma non dobbiamo dimenticare che lo studio è solo un mezzo, non è il fine. Lo scopo, il fine ultimo è la musica, è l’esecuzione, è il saper suonare qualcosa e padroneggiare lo strumento.

Per quanto riguarda l’esecuzione in pubblico poi mi piace prendere spunto dal consiglio del pianista e compositore Józef Hofmann che suggeriva di studiare tre volte una nuova composizione e poi metterla da parte prima dell’esecuzione sul palco.

Si tratta ovviamente di un ottimo consiglio che richiede però una grande organizzazione. Lo stesso tipo di organizzazione da sempre portata come stendardo dal mio maestro di pianoforte. (Vi consiglio di leggere questo articolo in merito)

Quindi organizzazione e repertorio solo gli elementi che secondo me più di ogni cosa possono fare la differenza.

Avere mai visto i bambini che suonano su YouTube? Se ci fate caso non li sentite mai alle prese con riduzioni semplificate ma sempre con i pezzi originali, pezzi da concerto che suoneranno anche da grandi e che ormai faranno parte in modo quasi indelebile di loro.

Fin dall’inizio qualcuno ha iniziato a creare un repertorio per loro.

Beatrice Rana in un’intervista afferma: “il mio insegnante e mentore Benedetto Lupo, con cui mi sono formata al Conservatorio di Monopoli in Puglia, la mia terra natale, m’incoraggiò a studiare le “Goldberg” fin dall’infanzia.”

Se siete studenti quindi createvi il vostro repertorio, quale che sia la vostra strada diventate bravissimi in qualcosa.

 

Fonti scritte

Heinrich Neuhaus – L’arte di suonare il pianoforte – Sellerio Editore Palermo

Chuan C. Chang – I fondamenti dello studio del pianoforte –  Juppiter Consulting Publishing COmpany

Orecchie e occhi aperti: perché è importante ascoltare musica dal vivo?

Se anche voi vivete in un piccolo centro di periferia é molto probabile che la maggior parte della musica che ascoltate esca dalle casse del vostro pc, dello stereo o dalle cuffiette del cellulare. E questa é già una grande cosa..

Ma quanto siete realmente informati sulla musica dal vivo che viene suonata intorno a voi?

Siete sicuri che in qualche centro vicino non vi sia qualche evento musicale che state per perdervi?

E vi siete resi conto anche voi, da musicisti o aspiranti tali, di quanto sia importante andare a sentire e vedere i concerti, grandi o piccoli che siano?

Si, ho detto proprio sentire e vedere.

 

Ascoltare musica dal vivo

Perché è importante sentire la musica dal vivo?

Mi potreste rispondere che quella che ascoltiamo ogni giorno a casa é musica di migliore qualità artistica, che ormai abbiamo tutta la musica suonata dai più grandi interpreti a portata di click o nei dischi e cd sparsi in giro per casa.

É sicuramente vero ed è certamente musica che va ascoltata quanto più possibile.

Sentire i grandi interpreti aiuta a farsi un proprio stile, permette di crearsi delle idee su un pezzo, sulla sua interpretazione e sul livello tecnico da raggiungere; permette di sciogliere i dubbi sull’esecuzione di un passaggio; ci aiuta a creare uno stile personale, a capire cosa ci piace e cosa no e a crearci un gusto personale.

L’ascolto é importantissimo anche nelle fasi iniziali dello studio di un nuovo pezzo e nei primi passi dello studio di uno strumento.

Vi ricordate di quando abbiamo parlato dell’importanza di avere in testa una bella idea di suono? Ascoltare e riascoltare i migliori aiuta molto in questo senso.

Se non fosse già abbastanza poi, la musica é un’arte che non è possibile afferrare pienamente in una registrazione.

Sentire le vibrazioni di uno strumento ben suonato a pochi metri da se, percepire le tensioni del musicista e vivere la musica in determinati luoghi sono sensazioni che i dischi non sono in grado di regalare pienamente.

In questo articolo mi riferisco alla cosidetta “musica colta”, a ciò che si studia nei nostri conservatori quindi, ma il discorso é replicabile per qualsiasi altro genere musicale.

 

Vedere musica dal vivo

Come si fa a vedere la musica?

Naturalmente non possiamo vedere la musica, ma possiamo vederne gli effetti intorno a noi sul pubblico per esempio. Se sono in ascolto e se non sono presi dal registrare un video o dal controllare le notifiche di facebook, la musica si renderá visibile sui loro volti.

Consentitemi la critica, siete a teatro, in una chiesa o in un parco e state assistendo ad uno spettacolo che non potrà mai essere replicato in ogni suo dettaglio. Come potete continuare a guardare il cellulare? Le notifiche saranno li anche tra mezz’ora…voi invece nel frattempo avrete perso pezzetti di un’esperienza irripetibile.

Ma torniamo a quello che più interessa a un musicista.

Ragazzi, bisogna imparare a rubare con gli occhi.

Se non siete avvezzi a stare sul palcoscenico o comunque di fronte ad una platea potete imparare da chi ha più esperienza di voi.

Guardate come si muove, vorreste essere come lui? Cosa prendereste dei suoi atteggiamenti? Cosa invece fareste diversamente e perché?

Si relaziona con il pubblico? Sa tenere bene il palco? Quali sono le caratteristiche che gli permettono di presentarsi bene? Quali aspetti invece vi sembra meglio non replicare e perché?

É importante guardare non per criticare ma per imparare ad essere critici con se stessi.

La settimana scorsa per me é stata sorprendentemente ricca di eventi musicali…ad ingresso gratuito tra l’altro!

Nonostante nel mio paese, neanche troppo piccolo in realtà, non si faccia molta musica, a soli 40km di distanza c’è Lecce e c’è il conservatorio.

Gli eventi gratuiti organizzati da conservatori e università sono tantissimi, bisogna solo trovare i giusti canali su cui restare informati.

E per quanto riguarda i nomi più celebri?

Anche quelli potrebbero essere molto più vicini a voi di quanto pensate.

Solo pochi giorni fa a Lecce é stato possibile ascoltare Beatrice Rana per esempio, che dopo aver presentato la seconda edizione del festival Classiche Forme ha suonato in duo con la sorella.

In questi incontri poi é possibile conoscere tanti ragazzi con cui condividere interessi e passioni e creare un network di contatti per aggiornarsi reciprocamente sugli eventi di cui si é a conoscenza per esempio o per far nascere nuove amicizie non solo virtuali. E di questi tempi non é certo cosa da poco.

Come le arti marziali possono aiutarti a diventare un bravo musicista…e viceversa.

È da un po’ che voglio ricominciare a scrivere e finalmente ieri sera ho letto qualcosa che ha riacceso in me la giusta scintilla.

In passato ho praticato Arti Marziali e avevo già notato delle relazioni con lo studio del pianoforte e della musica in generale.

Potrà sembrare strano a chi non ha mai praticato questo genere di Arte, ma la calma interiore richiesta, la concentrazione, la ripetizione di movimenti che devono essere assimilati a livello profondo fino a diventare automatici ed istintivi, l’assimilazione di principi chiave e anche la lentezza iniziale volta alla rilassatezza e alla pulizia del movimento sono tutti aspetti che combaciano perfettamente con i principi che i miei migliori maestri di pianoforte mi hanno sempre trasmesso.

Ed ecco che ieri sera, leggendo uno degli scritti di un maestro Zen ad un maestro di spada (da La mente senza catene) ho visto riaffiorare questi parallelismi tra le due arti.

Ecco il passo in questione:

“Se non vi concentrate sulla tecnica, ma vi limitate a riempire la testa di principi, il corpo e le mani non funzioneranno. Addestrarsi alla tecnica, nei termini della vostra arte marziale, significa praticare e praticare strenuamente fino a che le cinque posture del corpo diventano una sola.

Anche se conoscete i principi, dovete essere totalmente liberi quando utilizzate la tecnica. E anche se potete maneggiare alla perfezione la spada che portate, se non avete chiari gli aspetti più profondi dei principi, è probabile che i vostri colpi manchino di efficacia.

La tecnica e il principio sono come le due ruote di un carro.”

Takuan Sōhō

Tratto da La mente senza catene – pag. 30

Quante volte avete sentito parlare della questione “è più importante la tecnica o essere comunicativi?”.

La tecnica è sicuramente fondamentale. La padronanza assoluta di quello che si sta suonando è necessaria ma difficile da ottenere; occorre chiamare accanto a sé Costanza e Pazienza ed ospitarle a lungo senza trattarle come ospiti indesiderati. Loro sono le nostre compagne più fedeli, le nostre migliori alleate.

Un’altra cosa che salta all’occhio leggendo il passo che ho condiviso con voi riguarda l’addestramento.

Anche noi musicisti ci dobbiamo addestrare ed allenare come degli atleti. Vi ricordate di quando vi ho parlato dello stile di vita del mio maestro di pianoforte in preparazione dei concerti? (Ecco qui l’articolo) A che altro fa pensare se non ad un vero e proprio addestramento?

Sappiamo tutti quanto la ripetizione sia un elemento fondamentale per la nostra preparazione, ma spesso non teniamo in giusto conto questo aspetto.

Come dei maestri di arti marziali dobbiamo praticare e praticare, senza dimenticare i principi che ci guidano, certo, ma anche senza fare dei principi e della teoria il fardello che ci rallenta.

Senza una tecnica sicura, senza avere la padronanza di un pezzo, cosa si può comunicare?

Una persona musicale e particolarmente comunicativa sul piano emozionale si troverebbe in difficoltà, nonostante la sua dote, nell’eseguire un pezzo dall’andamento incerto.

Se la sua capacità di comunicazione è 10 questa verrebbe drasticamente limitata dalla mancanza di sicurezza e di libertà sulla tastiera.

È la libertà che consente piena espressione.

Naturalmente stiamo parlando di quella libertà che si ottiene quando la mano fa in automatico ciò che vuole il pensiero, in modo diretto, senza mediazione alcuna.

Raggiungere quel livello in cui non è più necessario pensare ma tutto fluisce senza indugio è la meta cui dobbiamo puntare.

Ma c’è un ma. Come sappiamo bene la tecnica non è tutto. Non vogliamo diventare delle macchine prive di vita. “Maneggiare alla perfezione la nostra arma” cioè avere una padronanza digitale assoluta non è l’unico elemento importante per una buona performance.

Imparare ad essere comunicativi, capire i principi profondi dell’arte di suonare il pianoforte, dell’arte di essere musicisti; capire l’essenza profonda di ciò che suoniamo, i principi che hanno guidato il compositore e i principi che ci spingono a suonare sono tutti elementi fondamentali.

Tecnica e principi sono quindi le due ruote del carro che ci condurrà sulla via dell’essere musicisti.

 

Fonti:

Takuan Sōhō, La mente senza catene. Scritti di un maestro Zen ad un maestro di spada, Edizioni Mediterranee, 2010

Quanto vale il tuo lavoro da artista? Ecco 5 parametri da considerare.

Se avete ricevuto una richiesta di ingaggio o avete provato ad ingaggiare qualcuno per una collaborazione o un progetto vi sarete sicuramente trovati di fronte al “problema” relativo al cachet. 

Quanto è giusto chiedere per il mio lavoro? Il prezzo che mi chiedono di pagare è adeguato? È onesto? Quali sono le variabili da considerare, in un caso e nell’altro?

Oggi ho contattato un’attrice per un progetto su un melologo e la sua chiarezza e professionalità nel sapere precisamente quali variabili considerare per decidere se accettare o meno mi ha fatto riflettere. Io faccio esattamente gli stessi ragionamenti quando mi propongono un ingaggio, ma non sempre coinvolgo il mio interlocutore nelle valutazioni. D’ora in poi terrò a mente il suo modo di procedere e lo farò mio.

Ecco quindi riepilogate di seguito delle semplici valutazioni da fare nel momento in cui ricevo una proposta per un lavoro.

 

a. Qual è la data dell’evento? Dovrò assicurarmi di essere libera, di non avere impegni presi precedentemente e di non prenderne altri.

b. Sono previste delle prove? Se si quante? E mediamente quanto possono durare? E dove si terranno?

c. Ho tutti i dettagli del lavoro?

d. Quanto tempo mi servirà per portare a termine il lavoro richiesto con la giusta professionalità? Riesco a quantificare l’impegno necessario a raggiungere il risultato? Questo è un passo fondamentale sia per capire se riuscirò a portare a termine il lavoro nei tempi richiesti sia per quantificare il mio compenso.

e. Devo fare degli spostamenti in macchina o in treno per raggiungere il luogo delle prove o delle esibizioni?

 

Dobbiamo assolutamente avere queste informazioni per decidere se possiamo prendere l’incarico oppure no e per informare l’altro riguardo il nostro compenso.

Per far questo dovremmo sicuramente considerare il numero e la durata delle prove, le esibizioni e gli spostamenti necessari. Sappiamo tutti quanto lavoro si nasconde dietro ad un’esibizione di una manciata di minuti.

Troppo spesso però siamo portati a non valutare correttamente il nostro lavoro, a svenderci o a non considerare adeguatamente il lavoro altrui. Se tutti facessimo le valutazioni adeguate non ci sembrerebbe esagerato pagare una cifra onesta per un’esibizione su richiesta.

Invece, e mi rivolgo soprattutto a cantanti e musicisti, ci troviamo spesso a “competere” con dilettanti (cioè persone che non sono musicisti per professione) e a dover abbassare i nostri standard per “sopravvivere” nel nostro mondo.

Quindi esponete i vostri ragionamenti a chi vi ingaggia. I lavori “a onor di patria” li abbiamo fatti un po’ tutti in questo campo, ma ad un certo punto bisogna smetterla di svenderci. Siamo noi i primi a dover dare valore al nostro lavoro.

Metodi di studio: essere lungimiranti e prevenire gli errori. Pillola n.5 – Guardare avanti

Quella di guardare avanti è una capacità indispensabile per ogni buon musicista.

È stata sicuramente una delle prime cose che mi sono state insegnate quando ho iniziato, anni or sono, a prendere lezioni di pianoforte.

Eppure, un po’ per pigrizia un po’ per svogliatezza, con il tempo ce ne dimentichiamo. Ma se stiamo dedicando tanto tempo ed energie (fisiche e mentali) per imparare a suonare  uno strumento, non vogliamo farlo nel miglior modo possibile? Non vogliamo imparare pezzi nuovi e che ci piacciono e saperli padroneggiare nel minor tempo possibile per poterli far ascoltare ad altri e per goderne noi stessi?

Non dimentichiamo che studiare la “lezioncina” per l’insegnante non serve a nessuno. Ricordiamoci sempre qual è la nostra meta e il nostro obiettivo. 

La “pillola” di oggi riguarda proprio questo argomento.

Pillola n.5

«Aspirare alla posizione più vantaggiosa delle dita in ogni momento è impensabile senza la flessibilità, ma un grande alleato è la lungimiranza. Gli insegnanti sanno quanto spesso i difetti degli allievi siano dovuti all’incapacità di guardare avanti, di prevedere avvenimenti che finiscono per coglierli “impreparati”. […] ricordate, l’errore non commesso è oro, quello commesso e corretto è rame, l’errore commesso e non corretto…indovinate voi stessi.»

Heinrich Neuhaus, L’arte del pianoforte, p. 182

Lo stesso Neuhaus propone un piccolo esercizio sulle scale volto ad “educare” la lungimiranza e consiste nell’affrontare in anticipo il passaggio del pollice, nel prepararlo quindi per tempo in modo da evitare strappi o accenti inopportuni.

In generale guardare uno o due movimenti avanti è fondamentale. Ci sono insegnanti che per “allenare” i propri allievi in questa capacità gli coprono lo spartito progressivamente un istante prima che suonino. Praticamente è l’equivalente di quello che accade con le applicazioni di lettura rapida in cui il testo scorre. Qui a scorrere è un foglio bianco che va a coprire lo spartito: se non abbiamo “guardato avanti” siamo fregati e non sappiamo cosa suonare.

Mi viene in mente un’applicazione Android per allenare la lettura veloce delle note che funziona un po’ allo stesso modo. (Si chiama SolfaReader, ecco qui il link) Avere il pentagramma che scorre autonomamente a velocità via via maggiore obbliga ad essere pronti e ad avere sempre lo sguardo pronto alla nota successiva. La consiglio, è molto utile soprattutto per i principianti.

Sono a favore dei “giochi” educativi (a tal proposito avete già visitato la sezione risorse del blog?) e se ne avete alcuni da consigliare anche voi inseriteli nel commenti e ne parleremo anche insieme.

Ricordate quindi, nella musica come nella vita siate lungimiranti!

Il pianoforte è un’orchestra e noi ne siamo i direttori. Pillola n. 4 – Metodi di studio per il lavoro sul ritmo e sul tempo

1. Come strumentisti in un’orchestra: timbro e suono.

Se suonate il pianoforte anche voi avrete sentito dire che questo magnifico strumento è come un’orchestra sotto le nostre dita.

Quando nelle riduzioni per pf troviamo scritto Oboe oppure Tromba o Violino all’inizio di una frase, l’indicazione non solo ci serve per capire se dobbiamo suonare quel passaggio come fossimo una Tromba, un Oboe o un Violino ma anche per cercare di “imitare” il timbro di quel particolare strumento.

Come abbiamo più volte ripetuto (a cominciare da questo primo articolo della serie ) il segreto è nella mente: più abbiamo chiaro in mente il suono che vogliamo creare tanto più riusciremo ad avvicinarci a esso.

Una volta il mio primo maestro in conservatorio, il musicista-pianista Alexandre Hintchef, mi chiese di cercare un suono che fosse magico per un passaggio di un sonata – “si deve avvicinare al sogno” – mi disse. Potete immaginare la mia gioia e la mia sorpresa quando durante la lezione successiva, sorridendomi, mi disse che era contento che l’avessi preso in parola. Del resto lui mi aveva fatto sentire il suono a cui faceva riferimento e a quel punto era ben chiaro anche a me; il suono ce l’avevo nella testa e nelle orecchie, si trattava solo di far arrivare il messaggio alle mani e tramite queste far cantare il pianoforte con quella particolare voce.

Lo so, stavamo parlando di orchestra e non solo di un suono da pianoforte che risponda a determinate caratteristiche, ma vi assicuro che il principio è uguale. Si deve aver chiaro in mente quello che si vuole raggiungere, si deve poter visualizzare la meta.

Il problema ovviamente riguarda molto anche la mano in senso tecnico (ma non dimentichiamo che parliamo sempre di “téchne” cioè di arte). Ricordo che una volta, ad una lezione di musica da camera, il maestro Francesco Libetta, anche lui grande musicista e pianista, parlò di orchestrazione della mano. E la cosa ha molto senso se pensate che ogni dito ha il suo ruolo, sia che si tratti di fare il solista in mezzo all’accompagnamento sia che si tratti di essere una voce nell’insieme dell’orchestra. Ma ne riparleremo.

Il discorso è molto delicato, bellissimo ma semplice e difficile da trattare allo stesso tempo. Non servirà pensare che per ottenere quel suono il dito dovrà avere quella particolare inclinazione, il polso quell’altra…no. Anche se quello sarà un bagaglio che riuscirete a formarvi (il mio attuale maestro per esempio, mi sa dire esattamente come dovrei tenere la mano per ottenere un suono X) se avete un’idea precisa di quello che volete la vostra mano, guidata dal vostro orecchio, vi indicherà la strada.

Abbiamo quindi preso coscienza del fatto che abbiamo davvero un’orchestra sotto le mani, e noi ne siamo sia i direttori che gli strumentisti.

2. Fare i direttori dell’orchestra per curare i problemi di tempo e ritmo.

E cosa fanno i direttori? Beh, il direttore è “il motore di tutto”. L’orchestra intera è uno strumento che suona al ritmo della sua bacchetta, che suona piano o forte secondo la sua volontà, che accelera o rallenta seguendo le sue indicazioni. Cosa pensereste se un direttore facesse suonare la vostra sinfonia preferita ad una velocità molto ma molto inferiore rispetto alla velocità “giusta”? Molto probabilmente la cosa non sarebbe di vostro gradimento. E quindi perché un pianista dovrebbe suonare qualcosa ad un tempo non adatto o, ancor peggio, con estrema irregolarità nel tempo? Eppure è una cosa che accade molto spesso.

Ecco quindi cosa consiglia Neuhaus per i problemi legati alla gestione del tempo:

Pillola n.4

«Agli studenti  che studiano una composizione e debbono impossessarsi del suo aspetto più importante, vale a dire la struttura ritmica, cioè l’organizzazione del processo temporale, consiglio fermamente di comportarsi come si comporta un direttore con la partitura: mettere lo spartito sul leggio e dirigere la composizione dall’inizio alla fine, come se suonasse qualcun altro, un pianista immaginario, e come se colui che dirige gli imponesse la propria volontà, cioè, prima di tutto i propri tempi, e in più, naturalmente tutti i dettagli dell’esecuzione. »

L’arte del pianoforte, pag. 85, 86

Secondo il nostro mastro quest’operazione facilita il processo di apprendimento e dovrebbe impedire di suonare “quello che viene” invece di quello che si vuole o di quello che vuole l’autore.

Se siamo i direttori di un pianista immaginario dobbiamo pretendere che questo non si lasci guidare dalle difficoltà tecniche e dalla scarsa comprensione di quello che sta suonando.

In sostanza Neuhaus consiglia di «separare l’organizzazione del tempo dal processo di studio dell’opera, di isolarla per poter giungere più facilmente e certamente ad una totale concordanza con se stessi e con l’autore per quanto riguarda il ritmo, il tempo e tutte le loro variazioni.»

Quando sediamo davanti al pianoforte quindi ricordiamolo sempre, siamo pianisti e direttori d’orchestra, dobbiamo essere musicisti a tutto tondo.

La tecnica è arte e nasce dal pensiero. Pillola n.3

Siamo al terzo giorno di questa specie di “lettura rapida” di quel magnifico libro che è L’arte del pianoforte di Heinrich Neuhaus. Se avete perso i primi due passaggi che ho voluto segnalare, le prime due “pillole” salutari per ogni musicista e musicista-insegnante potete cominciare da qui.

Ma andiamo al dunque.

Pillola n.3

«Perfezionare lo stile vuol dire perfezionare il pensiero»

L’arte del pianoforte, pag. 43

Cosa vuol dire? Beh, in realtà niente che già non sappiamo.

Come ci aveva già svelato con la “Pillola n.1” il nostro didatta torna a ribadire che tutto parte dalla mente. Più riusciamo a perfezionare qualcosa a livello del pensiero più potremo avvicinarci a quella perfezione con uno studio coscienzioso.

«Quanto più è chiara la mèta (il contenuto, la musica, la perfezione dell’interpretazione) tanto più chiari saranno i mezzi per raggiungerla.»

Del resto, come Neuhaus amava ricordare ai suoi allievi, la parola “tecnica” proviene dalla parola greca “téchne” che significa arte. Ne deriva che

«qualsiasi perfezionamento della tecnica è perfezionamento dell’arte stessa…»

Diventa una tragedia quindi quando i pianisti isolano in modo assoluto la “tecnica” – mi riferisco adesso al termine nell’accezione che gli diamo ai nostri giorni – da tutto il resto.

Ovviamente questa è una considerazione che dobbiamo ripetere a noi stessi nel momento in cui siamo musicisti, ma abbiamo il dovere di farla comprendere e ricordare anche ai nostri allievi nel momento in cui siamo degli insegnanti.

Lo scopo del resto, non va dimenticato, non è far fare ginnastica alle dita, ma ottenere un’esecuzione artistica, un suono magico e ovviamente scorrevolezza delle dita e pulizia fanno parte del pacchetto.

In un’ottica di questo tipo il lavoro musicale e il lavoro tecnico vengono a fondersi l’un l’altro e i confini non risultano ben definibili. E a questo punto che valore possiamo attribuire a volumi a noi “tanto cari” come il famoso Hanon? (Giusto per dire un nome tra tutti)

Il capitolo, pur essendo “solo” un capitolo introduttivo, è davvero molto interessante, e gli argomenti tutti legati e intrecciati tra loro mi porterebbero a dilungarmi eccessivamente, quindi mi fermo qui per ora ma vi invito a riflettere su quanto detto.

Per quanto mi riguarda se ripenso a tutte le esperienze passate e presenti legate allo studio mi ritrovo perfettamente con le parole del maestro. Se avete opinioni o commenti in merito sarei felice di leggerli.

Il primo segreto dell’arte di suonare il pianoforte – parte 2

Avere la musica nella testa, sentirla pulsare e cantare nel nostro orecchio “mentale” ha una serie di vantaggi e di ripercussioni pratiche. Non si tratta esclusivamente di un dono naturale, ma è qualcosa che può essere affinato ed esercitato.

Ho già parlato della mia prima considerazione di questa capacità applicata allo studio dello spartito lontano dallo strumento.

La seconda considerazione che mi viene in mente riguarda il suono e la Bellezza di quello che si riesce a produrre nel momento in cui si va a suonare. Concedetemi di usare la “B” maiuscola, ma il senso della parola qui è davvero molto alto e ampio, ha a che fare con l’arte in generale, con la poesia, la pittura e la scultura…

In breve: solo avendo in testa l’idea di un bel suono si riuscirà a produrre allo strumento qualcosa di altrettanto bello.

La maggior parte dei bambini hanno difficoltà a creare un bel suono proprio perché nella loro loro testa manca questa idea, non sono ancora abbastanza educati alla musica, ad ascoltarla e ad immaginarla. Ma se Mozart già da bambino era in grado di comporre melodie bellissime e di suonare con maestria vuol dire che qualcosa si può fare per educare i piccoli musicisti alla musica. Anche per loro, proprio come per gli adulti, non basterà mettersi davanti allo strumento e affondare i tasti corrispondenti alle note o far vibrare le giuste corde di un violino o di una chitarra. Ascoltare musica orchestrale, sentire il loro strumento suonato dai migliori musicisti, immaginare la musica nella testa gli aiuterà a fare passi da giganti e a diventare dei veri musicisti.

Il suono va cercato.

A tutti i livelli, se non abbiamo un suono o un’idea di bellezza nel nostro orecchio, se non abbiamo in testa il cantabile di una melodia e non la sentiamo risuonare nelle nostre orecchie, se non siamo in grado di immaginare lo sviluppo del pezzo che stiamo per suonare e sentirlo vivere e svilupparsi davanti a noi alla sua propria velocità, con i suoi timbri e tutte le altre caratteristiche che gli sono proprie, in questi casi come faremo a renderne tutta la bellezza allo strumento? Beh, allora riuscirci sarà davvero molto molto improbabile.

Ascoltarsi è fondamentale perché bisogna essere in grado di produrre un suono che si avvicini il più possibile a quello che sentiamo nella testa. Quindi fate vivere la musica nella vostra testa e vedrete che quella prenderà forma dalle vostre mani e sarà una forma bellissima.

Il primo segreto dell’arte di suonare il pianoforte

Breve introduzione

Voglio condividere con voi dei pensieri e delle riflessioni da quella che sta diventando la mia personale “Bibbia del pianista”.

Rabbrividisco al solo pensiero delle letture e dei materiali disponibili di cui non sono neanche a conoscenza, ma sono davvero contenta che questo piccolo volumetto blu abbia catturato la mia attenzione in libreria.

Il libro in questione è di Heinrich Neuhaus, grande pianista e didatta, e s’intitola L’arte del pianoforte

Sto preparando un’esecuzione per un evento e la tesi del biennio di pianoforte, quindi ho davvero pochissimo tempo, ma proverò a condividere con voi una piccola “pillola” di questo libro ogni giorno…una “cura” per ogni pianista e musicista. Cominciamo.

 

Pillola n.1

 

«Il vero segreto del musicista talentuoso e geniale consiste nel fatto che nel suo cervello la musica vive una sua piena vita ancor prima che egli tocchi un tasto o sfiori la corda dell’arco.»

H. Neuhaus

Si potrebbe parlare a lungo riguardo a questo argomento. Quali sono le sfaccettature di questa affermazione? A me ne vengono in mente alcune…

Una volta mi trovai a parlare con un collega riguardo la buona abitudine di “studiare gli spartiti” prima di iniziare a suonare. Io in realtà non lo facevo molto spesso prima. La mia prima insegnante di pianoforte mi aveva sempre detto di mettermi anche in poltrona a leggere lo spartito (ero ancora una bimba) ma non ne avevo mai capito a fondo il significato. Ne facevo solo una questione di velocità di lettura delle note o di memorizzazione, ma mi sbagliavo.

Qualche anno dopo, suonavo per accompagnare il coro in chiesa e capitava spessissimo che durante la messa mi dessero degli spartiti che non avevo MAI visto. In quelle occasioni poco ci mancava che mi facessi prendere dal panico, ma sfruttavo tutti i minuti in cui non suonavo per leggere lo spartito: nella mia testa lo suonavo lentamente, immaginavo le mani muoversi sulla tastiera, ripetevo lentamente per alcune volte i passaggi che già mentalmente mi creavano qualche problema a livello meccanico e cercavo di “sentire” mentalmente il suono di quei pallini neri che mi fissavano beffardi. In queste occasioni alla fine andava sempre tutto alla grande, ma io ancora non avevo capito l’importanza dell’operazione che facevo in quei minuti rubati quà e là.

Questo mi sembra il primo risvolto “tecnico”, pragmatico, dell’affermazione. Se la musica si è già rivelata a te nella mente, se l’hai vista, l’hai immaginata e hai provato a suonarla con la sola immaginazione, quando ti siederai al pianoforte sarà come se il pezzo l’avessi già suonato altre volte. Avrai inoltre il vantaggio di non aver memorizzato degli errori e di esserti reso conto di tutti i segni di dinamica o di agogica presenti intorno al pentagramma.

Sedersi al pianoforte senza aver mai neanche dato uno sguardo superficiale a quello che si andrà a suonare non è di nessuna utilità. Vi posso assicurare che ad un livello medio, dopo aver studiato lo spartito per un po’ quando ci si siede al pianoforte si possono ottenere risultati migliori di quelli che si ottengono dopo 3-4 giorni di studio del pezzo direttamente allo strumento.

Il collega di cui vi parlavo all’inizio era uno dei migliori del conservatorio e durante le ore in cui non avevamo lezione e non c’erano pianoforti disponibili per esercitarsi lo potevi trovare in una delle aule senza strumento, seduto a un banco con uno spartito sotto gli occhi, assorto e concentrato e con le mani che suonavano nell’aria..

Ho un altra considerazione da fare sull’argomento, ma l’orologio mi dice che è ora di andare al pianoforte. Ve ne parlerò domani…