Come essere musicisti e manager di se stessi

 

Agenti, agenzie per musicisti, associazioni di promozione…come può risolvere i suoi problemi un artista emergente per avere degli ingaggi retribuiti con il giusto cachet?

 

A proposito, hai già letto l’articolo Quanto vale il tuo lavoro da artista? Ecco 5 parametri da considerare.? Essere agenti di se stessi è davvero la soluzione?

 

Al giorno d’oggi sappiamo tutti che un concerto o un evento cominciano molto prima del momento in cui si inizierà a suonare.

Comunicare con il pubblico, coinvolgerlo, pubblicizzare la serata, trovare degli ingaggi sono tutte cose fondamentali ma che vorremmo che qualcuno facesse al nostro posto per poterci dedicare completamente alla ricerca artistica.

Eppure chi altri meglio di noi si può occupare di queste cose? Chi potrebbe seguirci e aiutarci come farebbe un padre? Esiste un agente perfetto per un giovane artista?

Ecco, forse l’agente perfetto per noi stessi siamo proprio noi.

 

Occorre allora porsi le giuste domande e fare una sorta di autodiagnosi per mettere a fuoco le nostre debolezze, i limiti, i punti di forza, i mezzi che abbiamo a disposizione. Chi siamo davvero come musicisti? A chi ci rivolgiamo?  Perché un direttore artistico dovrebbe scegliere noi invece di un’altro? L’immagine che diamo di noi anche tramite i social è davvero quella che vorremmo dare?

Questa sera per rispondere a tutte queste domande e molte altre ancora vi consiglio un interessantissimo articolo di Roberto Prosseda presente sul sito di Cremona Musica. Il titolo è proprio Agenti di se stessi. Si tratta di un ottimo articolo e sono sicura che vi aiuterà a delineare in modo chiaro a voi e agli altri la vostra personalità artistica e sarà un valido supporto per relazionarvi con il pubblico e con chi vi ingaggerà.

 

Naturalmente non esiste una soluzione unica al problema. Ognuno troverà l’indicazione sul miglior modo di agire rispondendo alle proprie domande. Si tratta di un lavoro di “auto-analisi” che tutti dovremmo fare per meglio incanalare i nostri sforzi e le nostre energie.

Se avete altri suggerimenti o indicazioni sull’argomento vi invito a scrivere nei commenti qui sotto. 🙂

Quanto vale il tuo lavoro da artista? Ecco 5 parametri da considerare.

Se avete ricevuto una richiesta di ingaggio o avete provato ad ingaggiare qualcuno per una collaborazione o un progetto vi sarete sicuramente trovati di fronte al “problema” relativo al cachet. 

Quanto è giusto chiedere per il mio lavoro? Il prezzo che mi chiedono di pagare è adeguato? È onesto? Quali sono le variabili da considerare, in un caso e nell’altro?

Oggi ho contattato un’attrice per un progetto su un melologo e la sua chiarezza e professionalità nel sapere precisamente quali variabili considerare per decidere se accettare o meno mi ha fatto riflettere. Io faccio esattamente gli stessi ragionamenti quando mi propongono un ingaggio, ma non sempre coinvolgo il mio interlocutore nelle valutazioni. D’ora in poi terrò a mente il suo modo di procedere e lo farò mio.

Ecco quindi riepilogate di seguito delle semplici valutazioni da fare nel momento in cui ricevo una proposta per un lavoro.

 

a. Qual è la data dell’evento? Dovrò assicurarmi di essere libera, di non avere impegni presi precedentemente e di non prenderne altri.

b. Sono previste delle prove? Se si quante? E mediamente quanto possono durare? E dove si terranno?

c. Ho tutti i dettagli del lavoro?

d. Quanto tempo mi servirà per portare a termine il lavoro richiesto con la giusta professionalità? Riesco a quantificare l’impegno necessario a raggiungere il risultato? Questo è un passo fondamentale sia per capire se riuscirò a portare a termine il lavoro nei tempi richiesti sia per quantificare il mio compenso.

e. Devo fare degli spostamenti in macchina o in treno per raggiungere il luogo delle prove o delle esibizioni?

 

Dobbiamo assolutamente avere queste informazioni per decidere se possiamo prendere l’incarico oppure no e per informare l’altro riguardo il nostro compenso.

Per far questo dovremmo sicuramente considerare il numero e la durata delle prove, le esibizioni e gli spostamenti necessari. Sappiamo tutti quanto lavoro si nasconde dietro ad un’esibizione di una manciata di minuti.

Troppo spesso però siamo portati a non valutare correttamente il nostro lavoro, a svenderci o a non considerare adeguatamente il lavoro altrui. Se tutti facessimo le valutazioni adeguate non ci sembrerebbe esagerato pagare una cifra onesta per un’esibizione su richiesta.

Invece, e mi rivolgo soprattutto a cantanti e musicisti, ci troviamo spesso a “competere” con dilettanti (cioè persone che non sono musicisti per professione) e a dover abbassare i nostri standard per “sopravvivere” nel nostro mondo.

Quindi esponete i vostri ragionamenti a chi vi ingaggia. I lavori “a onor di patria” li abbiamo fatti un po’ tutti in questo campo, ma ad un certo punto bisogna smetterla di svenderci. Siamo noi i primi a dover dare valore al nostro lavoro.

La piccola cantante viennese

Vienna, Austria, 4 Gennaio 2018

 

È la prima sera a Vienna. Siamo arrivati da non più di un paio d’ore e la città mi ha già colpito molto. Le strade sono pulite, ampie e luminose nonostante la giornata grigia; i palazzi sono tutti molto belli, ogni angolo è ricco di storia; il primo parco che abbiamo incontrato lungo la strada era ben organizzato e pieno di vita. Era Stadtpark. Mi colpisce subito la buffa disposizione delle panchine che sono messe in fila una accanto all’altra per i viali. Sono almeno una dozzina, e dopo un tratto ve ne sono delle altre posizionate allo stesso modo. L’impatto visivo è bizzarro, ma deve essere utile visto che nel mio piccolo paese si deve fare a gare per avere un posticino libero su una panchina! Questa città ha già catturato il mio interesse.

Forse lo stile, l’impatto visivo anzi, me la fa frettolosamente classificare appena un filino al di sotto di Parigi che appare un po’ più scintillante con le sue orlature dorate dei palazzi, con le tipiche facciate in legno di ‘bistrot’ e piccoli negozi e un fascino che non si sa da di preciso da dove venga sprigionato, ma ci sono cose che mi sembra  non reggano il confronto. E alla fine di questa breve vacanza posso dire di non essermi sbagliata. Ma arriviamo a ciò che di questa città mi ha fatto scaldare il cuore.

Vienna è la capitale della musica.

Silenzio.

Assorbite queste parole.

Perchè davvero Vienna è stata il cuore pulsante di quasi tutta la musica ‘colta’ occidentale. E non solo lo è stata, ma sembra continuare ad esserlo. Sale da concerto e teatri ovunque. Cinque minuti dopo essere usciti dalla stazione siamo arrivati a Stadtpark, un grazioso parco in cui come prima cosa mi sono imbattuta in un volto molto familiare: ero faccia a faccia con una bella statua in pietra di Franz Peter Schubert.

Continuando la passeggiata nel parco abbiamo incontrato altri artisti più o meno noti, fino ad arrivare ad una statua dorata tenuta sicuramente in gran conto visto che intorno vi è costruito una specie di monumento. Questa volta si trattava di Johann Strauss e a pochi metri da lui si ergeva una bellissima costruzione: il Kursalon Wien. Di cosa si tratta? Ovviamente di una sala da concerto!

Passeggiando per la città e i dintorni non ricordo di aver visto una sola loncandina di un qualche film se non appena fuori da un cinema, ma in ogni galleria, in ogni spazio pubblicitario, ad ogni incrocio e forse financo in metropolitana si possono trovare locandine di concerti o di spettacoli teatrali. È evidente che qui la ‘musica classica’ è viva. Se le persone non andassero a teatro non ci sarebbe tutta questa offerta e se fossero solo spettacoli dedicati ai turisti non ci sarebbe la varietà che invece c’è.

Il punto focale di questa prima sera a Vienna si trova in una via nelle immediate vicinanza di Stephansplatz. Eravano giunti all’immensa cattedrale gotica dedicata proprio a Santo Stefano. Questa costruzione toglie il fiato per la sua maestosità e riempie l’enorme piazza. L’interno è ancora più sconvolgente, proprio con la definizione che ne da il vocabolario Treccani «Severo e solenne insieme, tale da ispirare riverenza o stupefatta ammirazione». Vorremmo restare ad ammirare questo spettacolo a lungo, ma sentiamo la città pulsare intorno a noi e la curiosità è un ospite avido.

Usciti dalla cattedrale proseguiamo il nostro giro sul Graben, la passeggiata principale ancora riccamente illuminata per le festività. Le decorazioni natalizie qui sono grandi ma mai pacchiane. Non siamo ancora arrivati alla Wiener Pestsäule, la grande colonna in stile barocco austriaco , che un capannello di persone attira la nostra attenzione.

Al centro una cantante, una ragazza giovane, credo potesse avere all’incirca la mia stessa età. Tutta infagottata per resistere al freddo viennese era in grado di catturare l’attenzione della gente come se potesse sfuttare un qualche potere magnetico. Non era molto grande di statura, non aveva una presenza di quelle che fanno destare l’attenzione al primo sguardo, ma non appena iniziava a cantare era in grado di rapire i cuori di chi l’ascoltava. Era supportata solo da un piccola cassa bluetooth collegata al cellulare che le faceva da accompagnamento musicale. Un sostegno molto esile quindi, la bravura era tutta la sua. Cantava arie d’opera perlopiù, ma anche alcuni successi del nostro Andrea Bocelli. Alcuni erano completamente rapiti e assorti, qualcun altro era trasportato a cantare con lei quasi come in un duetto ma veniva presto zittito dai presenti che non volevano ascoltare che lei. Nessuno si asteneva poi dal lasciare un piccolo compenso per il gradito intrattenimento.

Stando così le cose, come si fa a considerare a livello inferiore gli artisti di strada? Perchè il pregiudizio permea le nostre giornate e le nostre vite? A mio avviso quella esecuzione non aveva per il cuore nulla di meno di una performance che si potrebbe ascoltare in un grande teatro.

Viva la musica che scalda il cuore, in ogni sua forma, in ogni suo luogo.

Jazz & Love

L’altro giorno ero a Roma e, passando davanti al chioschetto di un’edicola, una scintillante rivista dalla copertina rosa e con la foto di Ella Fitzgerald ha attirato la mia attenzione. È così che ho scoperto Classic Jazz, una rivista bimestrale che sembra davvero molto interessante.

L’editoriale in prima pagina ha già tutta la mia attenzione. Ancora una volta parliamo della stretta relazione tra musica e cervello e del potere della musica.

Francesco Coniglio esordisce dicendo “Chi non suona non lo sa. I musicisti utilizzano, nel loro linguaggio quotidiano, un’infinità di metafore sessuali. E tutte partono da un fatto dato per scontato: suonare è come fare sesso!”

Sacrosanto. Verissimo. E quando arriva il momento in cui un musicista prende consapevolezza di questa cosa  è come se cadesse un velo che prima lo separava dallo strumento.

Quando suoniamo con trasporto assumiamo espressioni e atteggiamenti che usiamo con la persona amata, per esempio. Suonare è come vivere e regala lo stesso concentrato di emozioni .

Coniglio fa riferimento ad un documentario presente su YouTube (https://www.youtube.com/watch?v=ZZdXoER96is) su prove e concerto del Quintetto con piano D667 “La Trota” di Schubert con Daniel Barenboim, Itzhak Perlman, Pinchas Zukerman e Zubin Mehta. Secondo lui si tratta di un vero e proprio documentario erotico.

Fate caso alla postura dei musicisti sullo strumento, alle espressioni dei volti, all’inarcamento dei corpi. Tutto fa pensare alle forti sensazioni provate dai musicisti, ma questo potete vederlo con qualunque bravo musicista, anche al di fuori di questo documentario.

Il piacere che si prova nel suonare è diverso suonando da solisti o in gruppo, suonando per un pubblico o meno, ed è diverso suonando un autore piuttosto che un altro, ma si parla sempre di emozioni molto intense. In alcuni momenti si tratta di godimento puro. Questo godimento non solo è palesemente visibile ma arriva a coinvolgere e travolgere anche l’ascoltatore.

Francesco Coniglio dice che l’ascolto di una pièce musicale che ci piace provoca sensazioni molto simili alla tensione erotica proprio come la visione di un film erotico o l’incontro con una persona dalla quale siamo attratti.

Come stiamo ormai imparando da questi brevi articoli su musica e cervello, il profondo piacere che ricaviamo dalla musica ha delle specifiche basi neuronali e neurofisiologi e biochimici le studiano da decenni.

Il procedere della ricerca, negli ultimi anni, ha dimostrato che uno stimolo astratto come la musica può generare euforia e desiderio paragonabili a quelli indotti da molecole che implicano l’intervento del sistema dopaminergico striatale ci fa sapere Coniglio.

Cioè la musica è in grado di farci rilasciare dopamina al pari di altri stimoli quali il sesso, il buon cibo, l’acqua e altri stimoli legati ai meccanismi motivazione-ricompensa.  Naturalmente la quantità di dopamina prodotta sarà legata all’intensità del piacere.

Questa sostanza, una sorta di “droga del piacere” (Coniglio) o “l’ormone dell’euforia” secondo alcuni, interviene sul controllo dei muscoli, sul sonno, sulla motivazione, sul battito cardiaco e sul respiro, sulla memoria, sull’apprendimento e sull’umore.

La dopamina è davvero una sostanza potente e la musica è in grado di donarcela, sia se siamo musicisti sia se siamo ascoltatori. Ancora una volta ci rendiamo conto di quanto sia potente e benefica la musica.

P.S.  Per approfondire, Francesco Coniglio cosiglia vivamente Perchè ci piace la musica. Orechio, emozione, evoluzione di Silvia Bencivelli. Io non l’ho ancora letto, ma sono curiosa e l’ho già ordinato.

Avventure e disavventure di Sau #2

Tutti quanti voglion fare jazz

Ieri ho finalmente iniziato la lettura di un libro che ho tanto atteso e che ho ricevuto come regalo di compleanno: The jazz theory book di Mark Levine (edizione italiana naturalmente).

I recenti sviluppi della “questione  banda” mi hanno fatto ricordare quanto desiderassi imparare qualcosa di più sul magnifico mondo del jazz.

Faccio partire come sottofondo Ella and Louis, un album registrato nel 1956 da Ella Fitzgerald and Louis Armstrong. Il primo brano è Can’t we be Friends? . L ’assolo di Armstrong mi piace tantissimo e la metto in ripetizione per un paio di volte, estasiata.

Alla fine dell’introduzione del libro un grande consiglio: imparate a trascrivere analizzando brani e assoli dai dischi.  E poi: “Buona fortuna e non dimenticare di esercitarti oggi!

Bene. Non c’è altro da fare.

Praparo la postazione: pc, tastiera, foglio pentagrammato, gomma e matita. Mando indietro la canzone e con un po’ di pazienza il gioco è fatto.. non resta che suonare.

Ragazzi..come suona la tromba col jazz.. non c’è storia!

 

 

 

Avventure e disavventure di Sau #1

Evviva la banda…

Molti mesi fa Sau fu invitata a suonare in una piccola banda di paese.

“Ricordati che devi venire alle prove” le fu detto. “In questo gruppo si prova, piccola pecorella, e tutti devono partecipare. Disgrazia e disonore si abbatteranno su di te se non parteciperai alle prove. “

Ma i mesi passano, e le prove non vengono fatte. La banda suona di tanto in tanto..ma le prove ancora non si fanno. Poi ci si stupisce e ci si chiede come mai il livello delle piccole bande è quello che è.

Intervista a Maria Pina Solazzo nel ruolo di mamma di Beatrice e Ludovica Rana

Mio figlio vuole studiare musica: consigli per i genitori!

Ultimamente mi sono trovata a riflettere su quanto il giusto supporto dei genitori sia di fondamentale importanza nella vita di un ragazzo che si avvicina al mondo della musica.

Se è vero che il sostegno e l’appoggio dei genitori è importante per qualunque figlio e qualunque sogno questi decida di inseguire, è altrettanto vero che per andare avanti nel mondo della musica è importantissimo essere indirizzati e seguiti nel modo giusto.

Come in ogni percorso da seguire occorre lungimiranza. Serve avere un’idea almeno di massima della strada da seguire, serve immergersi con passione nel proprio sogno e non sentirsi soli.

Per molte delle persone che non hanno a che fare con il settore musicale si può trattare di un salto nel buio, ma nel buio di un sentiero sconosciuto non si può guidare qualcun altro.

È per questo che ho pensato di porre delle domande  a Maria Pina Solazzo, docente di Solfeggio presso il Conservatorio di Musica “Tito Schipa” di Lecce, ma anche e soprattutto madre di Beatrice e Ludovica Rana, due musiciste eccezionali che hanno raggiunto grandi traguardi.

Mi sono trovata di fronte a delle risposte davvero interessanti.  Ne consiglio la lettura sia a genitori che a figli.

Una carriera nella musica è un’attività totalizzante, che si fonde con la vita quotidiana più che in altre professioni. Cosa si sentirebbe di dire a genitori e figli aspiranti musicisti?

La musica è esattamente quello che dice lei, un’attività totalizzante. Io oserei persino azzardare i termini “missione” e “stile di vita”. Nel senso che, dedicarsi a un’attività così completa e complessa necessita un’organizzazione del tempo e delle energie da direzionare, in larga misura, in quella direzione.

Studiare musica significa organizzare le proprie giornate in un modo tanto capillare quanto sistematico: lo strumento per fare musica è sempre il corpo e, come un buon atleta, bisogna sempre essere in forma.

Questo senza contare il processo continuo di esercizio alla concentrazione e alla tenuta emotiva che il fare musica comporta!

Come ricorda i primi anni delle sue figlie in casa e come la musica è entrata nelle loro vite? Come le ha accompagnate in questo viaggio di scoperta?

L’infanzia dei Beatrice e Ludovica è stata una delle avventure più esclusive e totalizzanti che io e mio marito abbiamo vissuto. Abbiamo cercato di dedicare loro tutto il tempo possibile e spesso ci siamo immedesimati nel gioco della “scoperta della vita” insieme a loro. La musica ha sempre fatto parte della loro vita, il nostro lavoro e le nostre relazioni sociali hanno sempre ruotato intorno alla musica; andare a sentire concerti, incontrare amici concertisti, assistere alle prove a teatro sia di opere liriche che di produzioni sinfoniche ha sempre fatto parte della loro vita.

L’approccio scolastico è cominciato per loro due in modo molto blando, addirittura ludico: all’inizio hanno frequentato un corso propedeutico allo studio della musica vera e propria.

Io sono un insegnante di Solfeggio e, potrà sembrare strano, Beatrice e Ludovica hanno cominciato a leggere la musica molto tempo dopo il loro approccio musicale.

Hanno cominciato a studiare il solfeggio al momento del loro ingresso in Conservatorio. E’ un po’ lungo da spiegare il modo in cui loro studiavano musica, ma il concetto di fondo era questo: la musica è come una lingua,  prima la si parla e poi la si studia. A un bimbo piccolissimo non si insegna la grammatica, si insegna a parlare la lingua. E così è la musica!

Ogni genitore cerca di sostenere il proprio figlio o la propria figlia nel migliore dei modi. Spesso però le persone che non appartengono al mondo della musica hanno difficoltà ad indirizzare e guidare i figli nel loro percorso. Cosa può  consigliare a questi genitori sia a livello personale che a livello pratico?

Verissimo,  questo è un grande problema! Lo è sempre stato e, probabilmente lo sarà sempre. Io consiglio ai genitori di “essere curiosi” sempre, di chiedere, di informarsi e di tenere sempre alto il controllo. Cioè se un bambino non fa  progressi, anche piccoli, se continua a ripetere sempre gli stessi brani per mesi, se le piccole difficoltà tecniche non trovano soluzione, i genitori devono chiedersi il perché: sarà il metodo di studio, oppure carente l’attitudine del loro bambino o, ancora,  la mancanza di metodo del maestro?Chiedere, informarsi, confrontarsi, uscire dal guscio dell’individualismo, possono essere degli atteggiamenti che non possono che fare bene!

Come fa un genitore a capire di aver affidato il proprio figlio al giusto insegnante?

Sicuramente misurando sempre i miglioramenti del bimbo allo strumento e, soprattutto, dall’atteggiamento che il piccolo ha nei confronti della lezione di musica. E’ molto importante osservare con quale stato d’animo il piccolo va a fare lezione: è felice? è spaventato? è in ansia? Credo che il peggior atteggiamento sia l’indifferenza; se il bimbo va a lezione di musica senza nessuna aspettativa, senza ricordarsi nemmeno cosa deve far sentire a lezione al suo maestro, beh….qualcosa non  funziona…

Bambini e competizioni musicali, cosa ha da dire in merito?

Il concorso è uno strumento, secondo me, straordinario per tutti: per il bambino che si sente motivato  a raggiungere un traguardo; per il maestro che canalizza la sua azione didattica verso un evento in cui lui stesso sarà e per la famiglia che avrà un reale metro di paragone e di monitoraggio sia in relazione al livello di preparazione del proprio piccolo che quello degli altri musicisti in erba.
Ma soprattutto è fondamentale la gestione dell’emotività: suonare in pubblico non è facile per nessuno e, attraverso i concorsi, i bimbi possono cominciare a frequentare il palcoscenico gradualmente, senza avvertirne l’impatto emotivo.

Secondo lei quali sono gli elementi che hanno maggiormente contribuito al successo mondiale raggiunto da sua figlia Beatrice?

La storia di Beatrice è un felice mix di tanti ingredienti: sicuramente talento, tanto, tanto studio, ottimi maestri, una famiglia che ha sempre sostenuto il suo cammino, e, perché no, un pizzico di fortuna. E quando parlo di fortuna mi riferisco all’incontro di persone che “in quel preciso momento” e “in quel preciso luogo” hanno fatto sì che si verificassero determinate condizioni.

Secondo me sono state fondamentali la determinazione e l’ instancabile e scientifica organizzazione del tempo. Si è sempre preparata come un atleta con un sistema di vita, anche alimentare, ineccepibile, cercando di arrivare a ogni occasione al massimo della forma fisica.

C’è stato un momento preciso in cui Beatrice ha capito che voleva raggiungere le alte vette della musica? Quanto ha lavorato e come si è creata le giuste opportunità per emergere? In che modo le siete stati vicini come famiglia?

Non credo che Beatrice si sia mai posto l’obiettivo di desiderare la grande carriera: lei ha sempre studiato e lavorato per “dare voce” al suo pensiero musicale; un pensiero che fosse il frutto di riflessioni, di ricerca e di sperimentazioni personali e non inficiate da inutili spettacolarismi. Le giuste opportunità le hanno create i concorsi: vincerli ha significato non solo il giusto riconoscimento a tanto studio, ma la possibilità di poter suonare attraverso i “concerti-premio”.

Il primo concorso importante che ha vinto fu il “Muzio Clementi” a Firenze: aveva 9 anni ed era il suo primo concorso al di fuori della Puglia. Vinse 4 premi e il premio assoluto di tutta la competizione. Dopo pochi giorni debuttò con l’orchestra!

Io e mio marito non ci siamo mai tirati indietro ad accompagnarla. Il nostro lavoro, in Conservatorio, molto duttile, d’altra parte, ce lo ha permesso!

Cosa si sentirebbe di consigliare concretamente a un ragazzo che aspira a raggiungere gli stessi traguardi?

Di crederci fino allo sfinimento e di provarci sempre sempre, sempre. Di non arrendersi al primo scoglio. L’onestà e il lavoro premiano sempre!

Le sue figlie hanno sempre saputo di voler fare le musiciste da grandi? E voi genitori come vi siete relazionati con le loro ambizioni?

Non credo che loro si siano mai posto il problema di cosa volessero fare da grandi: quando sono cresciute, sapevano fare un qualcosa che esercitavano già da tempo come professione. A loro è stato risparmiato il grande dilemma della scelta dopo il liceo, anzi non vedevano l’ora di finire il liceo per potersi dedicare a tempo pieno alla musica!

Ogni insegnante ha un suo metodo e ogni musicista ha un suo stile. In base alla sua esperienza di insegnante e vedendo il percorso che hanno fatto le sue figlie crede sia possibile identificare un metodo di studio migliore degli altri?

Ovviamente no, ognuno è frutto di un percorso, di una storia, di un destino differente. Posso solo dire che ho avuto la fortuna di conoscere tantissimi giovani musicisti, anche stranieri, amici delle mie figlie e il comun denominatore che li ha contraddistinti è stato sempre l’energia e il desiderio di fare qualcosa di veramente bello!

Già, nell’accezione più elevata del concetto, fare musica significa proprio “ cercare la bellezza”.

Secondo la sua esperienza e i risultati ottenuti con le sue figlie, quanto tempo e impegno dovrebbe dedicare un bambino allo studio dello strumento?

Il tempo che riesce. Ricordo che Beatrice, a 9/10 anni circa, dedicava poco più di mezz’ora al giorno quando studiava con una professoressa a Lecce. Il giorno in cui cambiò maestro, quando fu accolta nella classe di Benedetto Lupo, passò improvvisamente a circa due ore al giorno con il risultato che non era mai soddisfatta di quello faceva; nonostante il maggior tempo che dedicava allo studio del pianoforte, non riusciva a trovare quello che il suo maestro le chiedeva di cercare.

Uguale Ludovica: quando passò a studiare con Enrico Dindo, alla Cello Academy di Pavia lo smarrimento fu lo stesso!

In che modo ha incoraggiato le sue figlie a studiare, soprattutto nei momenti in cui non ne avevano voglia?

Bella domanda! Quello che avrebbe fatto una qualsiasi mamma…a volte è meglio staccare un po’, prendersi un momento di relax, una passeggiata e ritornare più carichi di prima.

Guardando all’esperienza delle sue figlie, pensa che sia possibile individuare una pratica, un’abitubine o un modo di vivere che i musicisti dovrebbero adottare (o i genitori far adottare ai piccoli musicisti) per ottenere il massimo?

Sembrerà strano, ma io ho sempre creduto nel felice ritmo della quotidianità: studiare musica è come un’attività atletica. Occorre routine, esercizio e concentrazione e, se manca l’abitudine a tutto ciò, i risultati saranno sempre inadeguati alle aspettative. E quindi, Beatrice e Ludovica hanno sempre studiato lo strumento nella prima parte del pomeriggio, quando le energie mentali e fisiche erano un più alte dedicandosi ai compiti scolastici dopo.

Quali sono gli errori da evitare quando si accompagna un figlio nel cammino con la musica?

Difficile dare un consiglio specifico. Il mio consiglio è quello di stargli vicino, anche fisicamente, nella stanza mentre si esercitano. Lo studio della musica isola molto e, incoraggiare, anche con un semplice sorriso, può essere fortemente motivante per un bimbo.

Cambierebbe qualcosa nel modo in cui ha guidato le sue figlie nel loro percorso musicale?

Sicuramente degli errori li ho fatti, è inevitabile. Nel percorso di entrambe le ragazze abbiamo avuto la sfortuna di incontrare persone “particolarmente negative”. Se mi fosse data la chance di tornare indietro, non sprecherei con loro tante energie; girerei pagina senza rimpianti!

Se volesse riassumere la sue esperienza in un principio guida, quale sarebbe?

Amare profondamente ogni momento della vita ed essere sempre onesti con sè stessi: il resto verrà!

L’intervista è terminata. Vorrei però ringraziare pubblicamente la professoressa Maria Pina Solazzo per la sua solita gentilezza, cortesia e disponibilità. Grazie per le sue risposte.

Qual è la tua dimensione musicale?

Hai già scoperto qual’è la tua missione con la musica?

Io l’ho scoperta solo di recente. Credo nel potere che ha la musica di risvegliare gli animi di chi è malato e di chi soffre. Tutti noi abbiamo costantemente le prove di questo potere, ne vediamo ogni giorno gli effetti su di noi e suoi nostri amici.

Pensate al ruolo che riveste la musica nelle vostre vite quando siete tristi, o quando avete bisogno di essere più carichi e grintosi, o ancora quando avete bisogno di rilassarvi.

Se non ne siete già a conoscenza vi stupirete della quantità di articoli scientifici in cui viene messa in luce l’evidenza sperimentale della capacità che ha la musica di stimolare persone con disabilità motorie o con disturbi della memoria.

Negli ultimi anni della sua vita la mia cara nonna non era quasi più in grado di parlare, ma bastava iniziare a cantare una delle sue canzoni preferite e lei subito attaccava a cantare. Sembrava quasi un miracolo. Poi ho scoperto che non si tratta di un caso isolato.

La musica stimola parti del cervello altrimenti non accessibili e questa cosa salta subito agli occhi quando abbiamo a che fare con persone che hanno subito danni cerebrali. Per di più la musica fa letteralmente crescere il cervello. E’ per questo che voglio portare la musica, facendo attenzione e studiando che sia la musica giusta, ad anziani e bambini piccoli.

Voglio quindi condividere quello che so e che scopro sul potere della musica con quanta più gente possibile. Parlerò di quello che faccio, delle mie avventure e disavventure. Parlerò di musica, parlerò di vita.