Orecchie e occhi aperti: perché è importante ascoltare musica dal vivo?

Se anche voi vivete in un piccolo centro di periferia é molto probabile che la maggior parte della musica che ascoltate esca dalle casse del vostro pc, dello stereo o dalle cuffiette del cellulare. E questa é già una grande cosa..

Ma quanto siete realmente informati sulla musica dal vivo che viene suonata intorno a voi?

Siete sicuri che in qualche centro vicino non vi sia qualche evento musicale che state per perdervi?

E vi siete resi conto anche voi, da musicisti o aspiranti tali, di quanto sia importante andare a sentire e vedere i concerti, grandi o piccoli che siano?

Si, ho detto proprio sentire e vedere.

 

Ascoltare musica dal vivo

Perché è importante sentire la musica dal vivo?

Mi potreste rispondere che quella che ascoltiamo ogni giorno a casa é musica di migliore qualità artistica, che ormai abbiamo tutta la musica suonata dai più grandi interpreti a portata di click o nei dischi e cd sparsi in giro per casa.

É sicuramente vero ed è certamente musica che va ascoltata quanto più possibile.

Sentire i grandi interpreti aiuta a farsi un proprio stile, permette di crearsi delle idee su un pezzo, sulla sua interpretazione e sul livello tecnico da raggiungere; permette di sciogliere i dubbi sull’esecuzione di un passaggio; ci aiuta a creare uno stile personale, a capire cosa ci piace e cosa no e a crearci un gusto personale.

L’ascolto é importantissimo anche nelle fasi iniziali dello studio di un nuovo pezzo e nei primi passi dello studio di uno strumento.

Vi ricordate di quando abbiamo parlato dell’importanza di avere in testa una bella idea di suono? Ascoltare e riascoltare i migliori aiuta molto in questo senso.

Se non fosse già abbastanza poi, la musica é un’arte che non è possibile afferrare pienamente in una registrazione.

Sentire le vibrazioni di uno strumento ben suonato a pochi metri da se, percepire le tensioni del musicista e vivere la musica in determinati luoghi sono sensazioni che i dischi non sono in grado di regalare pienamente.

In questo articolo mi riferisco alla cosidetta “musica colta”, a ciò che si studia nei nostri conservatori quindi, ma il discorso é replicabile per qualsiasi altro genere musicale.

 

Vedere musica dal vivo

Come si fa a vedere la musica?

Naturalmente non possiamo vedere la musica, ma possiamo vederne gli effetti intorno a noi sul pubblico per esempio. Se sono in ascolto e se non sono presi dal registrare un video o dal controllare le notifiche di facebook, la musica si renderá visibile sui loro volti.

Consentitemi la critica, siete a teatro, in una chiesa o in un parco e state assistendo ad uno spettacolo che non potrà mai essere replicato in ogni suo dettaglio. Come potete continuare a guardare il cellulare? Le notifiche saranno li anche tra mezz’ora…voi invece nel frattempo avrete perso pezzetti di un’esperienza irripetibile.

Ma torniamo a quello che più interessa a un musicista.

Ragazzi, bisogna imparare a rubare con gli occhi.

Se non siete avvezzi a stare sul palcoscenico o comunque di fronte ad una platea potete imparare da chi ha più esperienza di voi.

Guardate come si muove, vorreste essere come lui? Cosa prendereste dei suoi atteggiamenti? Cosa invece fareste diversamente e perché?

Si relaziona con il pubblico? Sa tenere bene il palco? Quali sono le caratteristiche che gli permettono di presentarsi bene? Quali aspetti invece vi sembra meglio non replicare e perché?

É importante guardare non per criticare ma per imparare ad essere critici con se stessi.

La settimana scorsa per me é stata sorprendentemente ricca di eventi musicali…ad ingresso gratuito tra l’altro!

Nonostante nel mio paese, neanche troppo piccolo in realtà, non si faccia molta musica, a soli 40km di distanza c’è Lecce e c’è il conservatorio.

Gli eventi gratuiti organizzati da conservatori e università sono tantissimi, bisogna solo trovare i giusti canali su cui restare informati.

E per quanto riguarda i nomi più celebri?

Anche quelli potrebbero essere molto più vicini a voi di quanto pensate.

Solo pochi giorni fa a Lecce é stato possibile ascoltare Beatrice Rana per esempio, che dopo aver presentato la seconda edizione del festival Classiche Forme ha suonato in duo con la sorella.

In questi incontri poi é possibile conoscere tanti ragazzi con cui condividere interessi e passioni e creare un network di contatti per aggiornarsi reciprocamente sugli eventi di cui si é a conoscenza per esempio o per far nascere nuove amicizie non solo virtuali. E di questi tempi non é certo cosa da poco.

Come le arti marziali possono aiutarti a diventare un bravo musicista…e viceversa.

È da un po’ che voglio ricominciare a scrivere e finalmente ieri sera ho letto qualcosa che ha riacceso in me la giusta scintilla.

In passato ho praticato Arti Marziali e avevo già notato delle relazioni con lo studio del pianoforte e della musica in generale.

Potrà sembrare strano a chi non ha mai praticato questo genere di Arte, ma la calma interiore richiesta, la concentrazione, la ripetizione di movimenti che devono essere assimilati a livello profondo fino a diventare automatici ed istintivi, l’assimilazione di principi chiave e anche la lentezza iniziale volta alla rilassatezza e alla pulizia del movimento sono tutti aspetti che combaciano perfettamente con i principi che i miei migliori maestri di pianoforte mi hanno sempre trasmesso.

Ed ecco che ieri sera, leggendo uno degli scritti di un maestro Zen ad un maestro di spada (da La mente senza catene) ho visto riaffiorare questi parallelismi tra le due arti.

Ecco il passo in questione:

“Se non vi concentrate sulla tecnica, ma vi limitate a riempire la testa di principi, il corpo e le mani non funzioneranno. Addestrarsi alla tecnica, nei termini della vostra arte marziale, significa praticare e praticare strenuamente fino a che le cinque posture del corpo diventano una sola.

Anche se conoscete i principi, dovete essere totalmente liberi quando utilizzate la tecnica. E anche se potete maneggiare alla perfezione la spada che portate, se non avete chiari gli aspetti più profondi dei principi, è probabile che i vostri colpi manchino di efficacia.

La tecnica e il principio sono come le due ruote di un carro.”

Takuan Sōhō

Tratto da La mente senza catene – pag. 30

Quante volte avete sentito parlare della questione “è più importante la tecnica o essere comunicativi?”.

La tecnica è sicuramente fondamentale. La padronanza assoluta di quello che si sta suonando è necessaria ma difficile da ottenere; occorre chiamare accanto a sé Costanza e Pazienza ed ospitarle a lungo senza trattarle come ospiti indesiderati. Loro sono le nostre compagne più fedeli, le nostre migliori alleate.

Un’altra cosa che salta all’occhio leggendo il passo che ho condiviso con voi riguarda l’addestramento.

Anche noi musicisti ci dobbiamo addestrare ed allenare come degli atleti. Vi ricordate di quando vi ho parlato dello stile di vita del mio maestro di pianoforte in preparazione dei concerti? (Ecco qui l’articolo) A che altro fa pensare se non ad un vero e proprio addestramento?

Sappiamo tutti quanto la ripetizione sia un elemento fondamentale per la nostra preparazione, ma spesso non teniamo in giusto conto questo aspetto.

Come dei maestri di arti marziali dobbiamo praticare e praticare, senza dimenticare i principi che ci guidano, certo, ma anche senza fare dei principi e della teoria il fardello che ci rallenta.

Senza una tecnica sicura, senza avere la padronanza di un pezzo, cosa si può comunicare?

Una persona musicale e particolarmente comunicativa sul piano emozionale si troverebbe in difficoltà, nonostante la sua dote, nell’eseguire un pezzo dall’andamento incerto.

Se la sua capacità di comunicazione è 10 questa verrebbe drasticamente limitata dalla mancanza di sicurezza e di libertà sulla tastiera.

È la libertà che consente piena espressione.

Naturalmente stiamo parlando di quella libertà che si ottiene quando la mano fa in automatico ciò che vuole il pensiero, in modo diretto, senza mediazione alcuna.

Raggiungere quel livello in cui non è più necessario pensare ma tutto fluisce senza indugio è la meta cui dobbiamo puntare.

Ma c’è un ma. Come sappiamo bene la tecnica non è tutto. Non vogliamo diventare delle macchine prive di vita. “Maneggiare alla perfezione la nostra arma” cioè avere una padronanza digitale assoluta non è l’unico elemento importante per una buona performance.

Imparare ad essere comunicativi, capire i principi profondi dell’arte di suonare il pianoforte, dell’arte di essere musicisti; capire l’essenza profonda di ciò che suoniamo, i principi che hanno guidato il compositore e i principi che ci spingono a suonare sono tutti elementi fondamentali.

Tecnica e principi sono quindi le due ruote del carro che ci condurrà sulla via dell’essere musicisti.

 

Fonti:

Takuan Sōhō, La mente senza catene. Scritti di un maestro Zen ad un maestro di spada, Edizioni Mediterranee, 2010

Metodi di studio: essere lungimiranti e prevenire gli errori. Pillola n.5 – Guardare avanti

Quella di guardare avanti è una capacità indispensabile per ogni buon musicista.

È stata sicuramente una delle prime cose che mi sono state insegnate quando ho iniziato, anni or sono, a prendere lezioni di pianoforte.

Eppure, un po’ per pigrizia un po’ per svogliatezza, con il tempo ce ne dimentichiamo. Ma se stiamo dedicando tanto tempo ed energie (fisiche e mentali) per imparare a suonare  uno strumento, non vogliamo farlo nel miglior modo possibile? Non vogliamo imparare pezzi nuovi e che ci piacciono e saperli padroneggiare nel minor tempo possibile per poterli far ascoltare ad altri e per goderne noi stessi?

Non dimentichiamo che studiare la “lezioncina” per l’insegnante non serve a nessuno. Ricordiamoci sempre qual è la nostra meta e il nostro obiettivo. 

La “pillola” di oggi riguarda proprio questo argomento.

Pillola n.5

«Aspirare alla posizione più vantaggiosa delle dita in ogni momento è impensabile senza la flessibilità, ma un grande alleato è la lungimiranza. Gli insegnanti sanno quanto spesso i difetti degli allievi siano dovuti all’incapacità di guardare avanti, di prevedere avvenimenti che finiscono per coglierli “impreparati”. […] ricordate, l’errore non commesso è oro, quello commesso e corretto è rame, l’errore commesso e non corretto…indovinate voi stessi.»

Heinrich Neuhaus, L’arte del pianoforte, p. 182

Lo stesso Neuhaus propone un piccolo esercizio sulle scale volto ad “educare” la lungimiranza e consiste nell’affrontare in anticipo il passaggio del pollice, nel prepararlo quindi per tempo in modo da evitare strappi o accenti inopportuni.

In generale guardare uno o due movimenti avanti è fondamentale. Ci sono insegnanti che per “allenare” i propri allievi in questa capacità gli coprono lo spartito progressivamente un istante prima che suonino. Praticamente è l’equivalente di quello che accade con le applicazioni di lettura rapida in cui il testo scorre. Qui a scorrere è un foglio bianco che va a coprire lo spartito: se non abbiamo “guardato avanti” siamo fregati e non sappiamo cosa suonare.

Mi viene in mente un’applicazione Android per allenare la lettura veloce delle note che funziona un po’ allo stesso modo. (Si chiama SolfaReader, ecco qui il link) Avere il pentagramma che scorre autonomamente a velocità via via maggiore obbliga ad essere pronti e ad avere sempre lo sguardo pronto alla nota successiva. La consiglio, è molto utile soprattutto per i principianti.

Sono a favore dei “giochi” educativi (a tal proposito avete già visitato la sezione risorse del blog?) e se ne avete alcuni da consigliare anche voi inseriteli nel commenti e ne parleremo anche insieme.

Ricordate quindi, nella musica come nella vita siate lungimiranti!

Il pianoforte è un’orchestra e noi ne siamo i direttori. Pillola n. 4 – Metodi di studio per il lavoro sul ritmo e sul tempo

1. Come strumentisti in un’orchestra: timbro e suono.

Se suonate il pianoforte anche voi avrete sentito dire che questo magnifico strumento è come un’orchestra sotto le nostre dita.

Quando nelle riduzioni per pf troviamo scritto Oboe oppure Tromba o Violino all’inizio di una frase, l’indicazione non solo ci serve per capire se dobbiamo suonare quel passaggio come fossimo una Tromba, un Oboe o un Violino ma anche per cercare di “imitare” il timbro di quel particolare strumento.

Come abbiamo più volte ripetuto (a cominciare da questo primo articolo della serie ) il segreto è nella mente: più abbiamo chiaro in mente il suono che vogliamo creare tanto più riusciremo ad avvicinarci a esso.

Una volta il mio primo maestro in conservatorio, il musicista-pianista Alexandre Hintchef, mi chiese di cercare un suono che fosse magico per un passaggio di un sonata – “si deve avvicinare al sogno” – mi disse. Potete immaginare la mia gioia e la mia sorpresa quando durante la lezione successiva, sorridendomi, mi disse che era contento che l’avessi preso in parola. Del resto lui mi aveva fatto sentire il suono a cui faceva riferimento e a quel punto era ben chiaro anche a me; il suono ce l’avevo nella testa e nelle orecchie, si trattava solo di far arrivare il messaggio alle mani e tramite queste far cantare il pianoforte con quella particolare voce.

Lo so, stavamo parlando di orchestra e non solo di un suono da pianoforte che risponda a determinate caratteristiche, ma vi assicuro che il principio è uguale. Si deve aver chiaro in mente quello che si vuole raggiungere, si deve poter visualizzare la meta.

Il problema ovviamente riguarda molto anche la mano in senso tecnico (ma non dimentichiamo che parliamo sempre di “téchne” cioè di arte). Ricordo che una volta, ad una lezione di musica da camera, il maestro Francesco Libetta, anche lui grande musicista e pianista, parlò di orchestrazione della mano. E la cosa ha molto senso se pensate che ogni dito ha il suo ruolo, sia che si tratti di fare il solista in mezzo all’accompagnamento sia che si tratti di essere una voce nell’insieme dell’orchestra. Ma ne riparleremo.

Il discorso è molto delicato, bellissimo ma semplice e difficile da trattare allo stesso tempo. Non servirà pensare che per ottenere quel suono il dito dovrà avere quella particolare inclinazione, il polso quell’altra…no. Anche se quello sarà un bagaglio che riuscirete a formarvi (il mio attuale maestro per esempio, mi sa dire esattamente come dovrei tenere la mano per ottenere un suono X) se avete un’idea precisa di quello che volete la vostra mano, guidata dal vostro orecchio, vi indicherà la strada.

Abbiamo quindi preso coscienza del fatto che abbiamo davvero un’orchestra sotto le mani, e noi ne siamo sia i direttori che gli strumentisti.

2. Fare i direttori dell’orchestra per curare i problemi di tempo e ritmo.

E cosa fanno i direttori? Beh, il direttore è “il motore di tutto”. L’orchestra intera è uno strumento che suona al ritmo della sua bacchetta, che suona piano o forte secondo la sua volontà, che accelera o rallenta seguendo le sue indicazioni. Cosa pensereste se un direttore facesse suonare la vostra sinfonia preferita ad una velocità molto ma molto inferiore rispetto alla velocità “giusta”? Molto probabilmente la cosa non sarebbe di vostro gradimento. E quindi perché un pianista dovrebbe suonare qualcosa ad un tempo non adatto o, ancor peggio, con estrema irregolarità nel tempo? Eppure è una cosa che accade molto spesso.

Ecco quindi cosa consiglia Neuhaus per i problemi legati alla gestione del tempo:

Pillola n.4

«Agli studenti  che studiano una composizione e debbono impossessarsi del suo aspetto più importante, vale a dire la struttura ritmica, cioè l’organizzazione del processo temporale, consiglio fermamente di comportarsi come si comporta un direttore con la partitura: mettere lo spartito sul leggio e dirigere la composizione dall’inizio alla fine, come se suonasse qualcun altro, un pianista immaginario, e come se colui che dirige gli imponesse la propria volontà, cioè, prima di tutto i propri tempi, e in più, naturalmente tutti i dettagli dell’esecuzione. »

L’arte del pianoforte, pag. 85, 86

Secondo il nostro mastro quest’operazione facilita il processo di apprendimento e dovrebbe impedire di suonare “quello che viene” invece di quello che si vuole o di quello che vuole l’autore.

Se siamo i direttori di un pianista immaginario dobbiamo pretendere che questo non si lasci guidare dalle difficoltà tecniche e dalla scarsa comprensione di quello che sta suonando.

In sostanza Neuhaus consiglia di «separare l’organizzazione del tempo dal processo di studio dell’opera, di isolarla per poter giungere più facilmente e certamente ad una totale concordanza con se stessi e con l’autore per quanto riguarda il ritmo, il tempo e tutte le loro variazioni.»

Quando sediamo davanti al pianoforte quindi ricordiamolo sempre, siamo pianisti e direttori d’orchestra, dobbiamo essere musicisti a tutto tondo.

La tecnica è arte e nasce dal pensiero. Pillola n.3

Siamo al terzo giorno di questa specie di “lettura rapida” di quel magnifico libro che è L’arte del pianoforte di Heinrich Neuhaus. Se avete perso i primi due passaggi che ho voluto segnalare, le prime due “pillole” salutari per ogni musicista e musicista-insegnante potete cominciare da qui.

Ma andiamo al dunque.

Pillola n.3

«Perfezionare lo stile vuol dire perfezionare il pensiero»

L’arte del pianoforte, pag. 43

Cosa vuol dire? Beh, in realtà niente che già non sappiamo.

Come ci aveva già svelato con la “Pillola n.1” il nostro didatta torna a ribadire che tutto parte dalla mente. Più riusciamo a perfezionare qualcosa a livello del pensiero più potremo avvicinarci a quella perfezione con uno studio coscienzioso.

«Quanto più è chiara la mèta (il contenuto, la musica, la perfezione dell’interpretazione) tanto più chiari saranno i mezzi per raggiungerla.»

Del resto, come Neuhaus amava ricordare ai suoi allievi, la parola “tecnica” proviene dalla parola greca “téchne” che significa arte. Ne deriva che

«qualsiasi perfezionamento della tecnica è perfezionamento dell’arte stessa…»

Diventa una tragedia quindi quando i pianisti isolano in modo assoluto la “tecnica” – mi riferisco adesso al termine nell’accezione che gli diamo ai nostri giorni – da tutto il resto.

Ovviamente questa è una considerazione che dobbiamo ripetere a noi stessi nel momento in cui siamo musicisti, ma abbiamo il dovere di farla comprendere e ricordare anche ai nostri allievi nel momento in cui siamo degli insegnanti.

Lo scopo del resto, non va dimenticato, non è far fare ginnastica alle dita, ma ottenere un’esecuzione artistica, un suono magico e ovviamente scorrevolezza delle dita e pulizia fanno parte del pacchetto.

In un’ottica di questo tipo il lavoro musicale e il lavoro tecnico vengono a fondersi l’un l’altro e i confini non risultano ben definibili. E a questo punto che valore possiamo attribuire a volumi a noi “tanto cari” come il famoso Hanon? (Giusto per dire un nome tra tutti)

Il capitolo, pur essendo “solo” un capitolo introduttivo, è davvero molto interessante, e gli argomenti tutti legati e intrecciati tra loro mi porterebbero a dilungarmi eccessivamente, quindi mi fermo qui per ora ma vi invito a riflettere su quanto detto.

Per quanto mi riguarda se ripenso a tutte le esperienze passate e presenti legate allo studio mi ritrovo perfettamente con le parole del maestro. Se avete opinioni o commenti in merito sarei felice di leggerli.

Pillola n.2 – Per gli insegnanti e i futuri insegnanti: talento e metodo.

Come promesso eccomi con la seconda “pillola” sull’arte del pianoforte. Se volete leggere la prima la trovate qua.

     Heinrich Neuhaus deve essere stato davvero un grande didatta oltre che un magnifico pianista. Ricordiamo che, tra gli altri, Richter è stato suo allievo.  Si proprio quel talento «naturale» di Sviatoslav Richter.

Ma è davvero giusto parlare di talento quando ci si riferisce alla capacità e all’abilità di riuscire particolarmente bene in qualcosa? Io credo di no.

Ho già toccato l’argomento dal punto di vista di chi suona in un altro articolo in cui parlo anche di quello che ritengo uno dei migliori metodi di studio, ma in queste pagine Neuhaus ne parla dal punto di vista del maestro.

Ho trovato le sue parole così illuminanti e così in sintonia con quello che penso dell’insegnamento che ho deciso di condividere con voi l’intero paragrafo. Personalmente terrò queste righe a portata di mano ogni giorno affinché mi siano di continuo stimolo e motivazione nella pratica didattica e nel lavoro da musicista.

Le condivido con voi, sperando che vengano lette da quanti più insegnanti possibile – e anche dai futuri insegnanti. Troppo spesso ho incontrato persone che ritengono superfluo dedicare del tempo all’insegnamento della musica a chi non riesce con facilità nell’impresa.

Pillola n.2

[…] se ci culliamo con parole come talento, genio, natura e così via, semplicemente scartiamo vilmente il problema più scottante, quello che in primo luogo dovrebbe preoccupare gli insegnanti alla ricerca del metodo. Sono convinto che un metodo ponderato dialetticamente e la scuola debbano comprendere tutte le gradazioni del talento – da quello musicalmente carente (perché anche uno così deve studiare la musica, poiché la musica è uno strumento di cultura al pari degli altri) fino al genio «naturale». Se il pensiero sul metodo si concentra su uno spicchio della realtà (lo studente mediamente dotato), allora è dannoso, difettoso, non dialettico e, dunque, inadeguato. Se si vuole seguire un metodo (e chi segue un metodo è obbligato ad esplorare la realtà) allora bisogna farlo fino in fondo, abbracciare tutto l’orizzonte e non girare in tondo nel magico cerchio del proprio sistemino! E veramente è difficile, molto difficile! Ogni grande pianista-artista rappresenta per l’insegnante-ricercatore quello che l’atomo non scisso è per il fisico. Bisogna avere molta energia spirituale, intelligenza, talento e conoscenza per penetrare in questo complesso organismo. Ma proprio di ciò deve occuparsi la metodologia per uscire dal bozzolo e smetterla infine di indurre allo sbadiglio chiunque sia un vero pianista-musicista. Ogni metodologia artistica deve in una certa misura essere interessante e istruttiva, sia per il maestro che per l’allievo, sia per il principiante che per il «diplomando», altrimenti non ha ragione d’essere.

H. Neuhaus

L’arte del pianoforte, pp. 51-52

Il primo segreto dell’arte di suonare il pianoforte

Breve introduzione

Voglio condividere con voi dei pensieri e delle riflessioni da quella che sta diventando la mia personale “Bibbia del pianista”.

Rabbrividisco al solo pensiero delle letture e dei materiali disponibili di cui non sono neanche a conoscenza, ma sono davvero contenta che questo piccolo volumetto blu abbia catturato la mia attenzione in libreria.

Il libro in questione è di Heinrich Neuhaus, grande pianista e didatta, e s’intitola L’arte del pianoforte

Sto preparando un’esecuzione per un evento e la tesi del biennio di pianoforte, quindi ho davvero pochissimo tempo, ma proverò a condividere con voi una piccola “pillola” di questo libro ogni giorno…una “cura” per ogni pianista e musicista. Cominciamo.

 

Pillola n.1

 

«Il vero segreto del musicista talentuoso e geniale consiste nel fatto che nel suo cervello la musica vive una sua piena vita ancor prima che egli tocchi un tasto o sfiori la corda dell’arco.»

H. Neuhaus

Si potrebbe parlare a lungo riguardo a questo argomento. Quali sono le sfaccettature di questa affermazione? A me ne vengono in mente alcune…

Una volta mi trovai a parlare con un collega riguardo la buona abitudine di “studiare gli spartiti” prima di iniziare a suonare. Io in realtà non lo facevo molto spesso prima. La mia prima insegnante di pianoforte mi aveva sempre detto di mettermi anche in poltrona a leggere lo spartito (ero ancora una bimba) ma non ne avevo mai capito a fondo il significato. Ne facevo solo una questione di velocità di lettura delle note o di memorizzazione, ma mi sbagliavo.

Qualche anno dopo, suonavo per accompagnare il coro in chiesa e capitava spessissimo che durante la messa mi dessero degli spartiti che non avevo MAI visto. In quelle occasioni poco ci mancava che mi facessi prendere dal panico, ma sfruttavo tutti i minuti in cui non suonavo per leggere lo spartito: nella mia testa lo suonavo lentamente, immaginavo le mani muoversi sulla tastiera, ripetevo lentamente per alcune volte i passaggi che già mentalmente mi creavano qualche problema a livello meccanico e cercavo di “sentire” mentalmente il suono di quei pallini neri che mi fissavano beffardi. In queste occasioni alla fine andava sempre tutto alla grande, ma io ancora non avevo capito l’importanza dell’operazione che facevo in quei minuti rubati quà e là.

Questo mi sembra il primo risvolto “tecnico”, pragmatico, dell’affermazione. Se la musica si è già rivelata a te nella mente, se l’hai vista, l’hai immaginata e hai provato a suonarla con la sola immaginazione, quando ti siederai al pianoforte sarà come se il pezzo l’avessi già suonato altre volte. Avrai inoltre il vantaggio di non aver memorizzato degli errori e di esserti reso conto di tutti i segni di dinamica o di agogica presenti intorno al pentagramma.

Sedersi al pianoforte senza aver mai neanche dato uno sguardo superficiale a quello che si andrà a suonare non è di nessuna utilità. Vi posso assicurare che ad un livello medio, dopo aver studiato lo spartito per un po’ quando ci si siede al pianoforte si possono ottenere risultati migliori di quelli che si ottengono dopo 3-4 giorni di studio del pezzo direttamente allo strumento.

Il collega di cui vi parlavo all’inizio era uno dei migliori del conservatorio e durante le ore in cui non avevamo lezione e non c’erano pianoforti disponibili per esercitarsi lo potevi trovare in una delle aule senza strumento, seduto a un banco con uno spartito sotto gli occhi, assorto e concentrato e con le mani che suonavano nell’aria..

Ho un altra considerazione da fare sull’argomento, ma l’orologio mi dice che è ora di andare al pianoforte. Ve ne parlerò domani…

 

Vita da pianisti: genio e sregolatezza o ordine e metodo? Come studiare il pianoforte

Ancora una volta il mio maestro di pianoforte è tornato a parlare della costanza nello studio, dell’avere un’organizzazione rigorosa e di procedere nello studio con ordine quasi maniacale.

Lui è uno dei migliori docenti del conservatorio di Lecce ed è un accanito sostenitore di questa teoria: la applica da sempre e da sempre ottiene i risultati che vuole. Sui suoi spartiti non indica solo le diteggiature e le indicazioni metronomiche ma anche il tempo materiale, in ordine di ore e/o minuti che tutti i giorni gli serve dedicare a quel pezzo in particolare per poter raggiungere il livello desiderato e poterlo presentare al pubblico in modo quanto più vicino all’impeccabile.

Forse siamo troppo abituati a sentir parlare di talento.

Il ‘talento’ così considerato sminuisce tutto lo studio che c’è dietro, tutto il lavoro che è necessario per la preparazione di un pezzo o di un intero programma. Le persone ti sentono suonare e dicono: – “eh..sei davvero portato. Che talento!”

Ma ancora peggio, questo concetto divide le persone in due grandi categorie: quelle che per vocazione divina possono suonare e quelle che, per lo stesso motivo, non possono. E a noi non resta scelta.

Sicuramente la decisione di suonare uno strumento è un po’ una vocazione. Come abbiamo potuto anche leggere nell’intervista a Maria Pina Solazzo (mamma di Beatrice Rana e docente in conservatorio) essere dei musicisti è un’ attività totalizzante, un lavoro che coinvolge ogni aspetto della vita. Bisogna essere in ottima forma sia fisicamente che mentalmente. Concentrazione e prestanza fisica vanno di pari passo. Non si può prescindere da uno stile di vita sano se si vogliono ottenere buoni risultati.

Noi musicisti siamo un po’ come dei chirurghi: se questi la mattina dopo hanno un intervento non possono di certo tirar tardi fino a notte fonda ad ubriacarsi con gli amici; il giorno dopo non sarebbero lucidi, non avrebbero le mani ferme come dovrebbero, non sarebbero fisicamente e mentalmente in grado di reggere le ore di lavoro che li attendono. Allo stesso modo come possiamo noi avere le energie fisiche e mentali necessarie ad affrontare le ore di studio che ci vengono richieste se conduciamo una vita sregolata?

E quindi il programma richiede che almeno in vista della preparazione di un esame o di un concerto si vada a nanna alla 22:30 e ci si alzi per le 7:00/7:30. Poi colazione sana e sostanzionsa e dalle 9:00 alle 13:00 studio BARRICATO.

Si. Proprio come la grappa. Barricata.

Uno studio senza distrazioni, senza cellulare che squilla a portata di mano e senza parenti che vedendoci a casa ci chiamano e ci interpellano per decidere se la disposizione dei cuscini o del divano è di nostro gradimento. Poi pranzo, si rassetta e ci si rilassa e dalle 16:00 alle 20:00 riprendiamo la sessione di lavoro, sempre barricato.

Ovviamente non stiamo parlando dello studio richiesto ad un bambino che sta iniziando a studiare lo strumento, ma stiamo parlando di un programma forse un po’ ideale per un professionista, o anche già per un allievo di ottavo/decimo anno.

In realtà già con 4-6 ore di studio si possono ottenere dei buoni risultati, ma ovviamente dipende dal repertorio che si vuole affrontare.

Se ci pensate però un lavoratore non fa meno di sei ore di lavoro ogni giorno, e questo è il lavoro dei musicisti. Almeno sei ore di studio non dovrebbero sembrarci spropositate. Di sicuro c’è chi è in grado di ottenere ottimi risultati anche con quattro o cinque, ma la costanza resta una cosa fondamentale.

Il vero problema secondo me è che ‘lavorando’ a casa ci sentiamo autorizzati ad interrompere la sessione di studio…o acconsentiamo a farla interrompere da altri.

È importantissimo quindi capire, in base alle reali e concrete necessità quotidiane di ognuno di noi, quanto tempo possiamo dedicare ogni giorno allo studio. (Ovviamente gli imprevisti ci sono e ci possono essere, ma non devono essere la regola – provate sempre a pensare a cosa direbbe il vostro datore di lavoro!!!)

Dopo aver individuato le ore a nostra disposizione ogni giorno possiamo capire in quanto tempo siamo in grado di presentare un pezzo al pubblico. Se dobbiamo preparare un esame volendo portare dai brani che richiedono almeno tre mesi di studio lavorando 6 ore al giorno ma ci siamo ridotti ad avere solo due mesi e 4 ore di studio ci stiamo imbarcando in un’impresa impossibile, bisognerà quanto meno scegliere dei pezzi che siano più alla portata.

Un’organizzazione precisa permette di ottenere i risultati che si vogliono e lo studio sarà costante e costruttivo. Proprio come i ballerini hanno bisogno di costante allenamento per ballare al meglio delle loro possibilità, le nostre mani hanno bisogno di eseguire i passaggi tencini più volte per acquisire sicurezza e agilità nei movimenti.

Quello proposto dal maestro è un metodo di studio davvero molto razionale, e qualcuno potrebbe pensare che tutta questa razionalità non collimi con l’aspetto musicale della professione, lo pensavo anche io, ma adesso sono convinta che non sia così. Almeno non completamente.

La cosa che più mi piace è che questo modo di vedere le cose non rende l’essere musicisti una cosa legata esclusivamente a un dono mistico.

È vero, alcuni hanno una sensibilità e una musicalità maggiore di altri, e questo davvero può essere un dono. È anche vero che ci sono delle mani che per la loro costituzuone fisica rendono impervia l’esecuzione di alcuni brani scritti da chi aveva invece mani grandi e forti, ma con questo metodo chiunque ce la può fare scegliendo, passo dopo passo, pezzi che siano alla propria portata.

La filosofia di fatto è questa: “Se lo faccio io potete farlo anche voi” quindi buono studio a tutti.

Intervista a Maria Pina Solazzo nel ruolo di mamma di Beatrice e Ludovica Rana

Mio figlio vuole studiare musica: consigli per i genitori!

Ultimamente mi sono trovata a riflettere su quanto il giusto supporto dei genitori sia di fondamentale importanza nella vita di un ragazzo che si avvicina al mondo della musica.

Se è vero che il sostegno e l’appoggio dei genitori è importante per qualunque figlio e qualunque sogno questi decida di inseguire, è altrettanto vero che per andare avanti nel mondo della musica è importantissimo essere indirizzati e seguiti nel modo giusto.

Come in ogni percorso da seguire occorre lungimiranza. Serve avere un’idea almeno di massima della strada da seguire, serve immergersi con passione nel proprio sogno e non sentirsi soli.

Per molte delle persone che non hanno a che fare con il settore musicale si può trattare di un salto nel buio, ma nel buio di un sentiero sconosciuto non si può guidare qualcun altro.

È per questo che ho pensato di porre delle domande  a Maria Pina Solazzo, docente di Solfeggio presso il Conservatorio di Musica “Tito Schipa” di Lecce, ma anche e soprattutto madre di Beatrice e Ludovica Rana, due musiciste eccezionali che hanno raggiunto grandi traguardi.

Mi sono trovata di fronte a delle risposte davvero interessanti.  Ne consiglio la lettura sia a genitori che a figli.

Una carriera nella musica è un’attività totalizzante, che si fonde con la vita quotidiana più che in altre professioni. Cosa si sentirebbe di dire a genitori e figli aspiranti musicisti?

La musica è esattamente quello che dice lei, un’attività totalizzante. Io oserei persino azzardare i termini “missione” e “stile di vita”. Nel senso che, dedicarsi a un’attività così completa e complessa necessita un’organizzazione del tempo e delle energie da direzionare, in larga misura, in quella direzione.

Studiare musica significa organizzare le proprie giornate in un modo tanto capillare quanto sistematico: lo strumento per fare musica è sempre il corpo e, come un buon atleta, bisogna sempre essere in forma.

Questo senza contare il processo continuo di esercizio alla concentrazione e alla tenuta emotiva che il fare musica comporta!

Come ricorda i primi anni delle sue figlie in casa e come la musica è entrata nelle loro vite? Come le ha accompagnate in questo viaggio di scoperta?

L’infanzia dei Beatrice e Ludovica è stata una delle avventure più esclusive e totalizzanti che io e mio marito abbiamo vissuto. Abbiamo cercato di dedicare loro tutto il tempo possibile e spesso ci siamo immedesimati nel gioco della “scoperta della vita” insieme a loro. La musica ha sempre fatto parte della loro vita, il nostro lavoro e le nostre relazioni sociali hanno sempre ruotato intorno alla musica; andare a sentire concerti, incontrare amici concertisti, assistere alle prove a teatro sia di opere liriche che di produzioni sinfoniche ha sempre fatto parte della loro vita.

L’approccio scolastico è cominciato per loro due in modo molto blando, addirittura ludico: all’inizio hanno frequentato un corso propedeutico allo studio della musica vera e propria.

Io sono un insegnante di Solfeggio e, potrà sembrare strano, Beatrice e Ludovica hanno cominciato a leggere la musica molto tempo dopo il loro approccio musicale.

Hanno cominciato a studiare il solfeggio al momento del loro ingresso in Conservatorio. E’ un po’ lungo da spiegare il modo in cui loro studiavano musica, ma il concetto di fondo era questo: la musica è come una lingua,  prima la si parla e poi la si studia. A un bimbo piccolissimo non si insegna la grammatica, si insegna a parlare la lingua. E così è la musica!

Ogni genitore cerca di sostenere il proprio figlio o la propria figlia nel migliore dei modi. Spesso però le persone che non appartengono al mondo della musica hanno difficoltà ad indirizzare e guidare i figli nel loro percorso. Cosa può  consigliare a questi genitori sia a livello personale che a livello pratico?

Verissimo,  questo è un grande problema! Lo è sempre stato e, probabilmente lo sarà sempre. Io consiglio ai genitori di “essere curiosi” sempre, di chiedere, di informarsi e di tenere sempre alto il controllo. Cioè se un bambino non fa  progressi, anche piccoli, se continua a ripetere sempre gli stessi brani per mesi, se le piccole difficoltà tecniche non trovano soluzione, i genitori devono chiedersi il perché: sarà il metodo di studio, oppure carente l’attitudine del loro bambino o, ancora,  la mancanza di metodo del maestro?Chiedere, informarsi, confrontarsi, uscire dal guscio dell’individualismo, possono essere degli atteggiamenti che non possono che fare bene!

Come fa un genitore a capire di aver affidato il proprio figlio al giusto insegnante?

Sicuramente misurando sempre i miglioramenti del bimbo allo strumento e, soprattutto, dall’atteggiamento che il piccolo ha nei confronti della lezione di musica. E’ molto importante osservare con quale stato d’animo il piccolo va a fare lezione: è felice? è spaventato? è in ansia? Credo che il peggior atteggiamento sia l’indifferenza; se il bimbo va a lezione di musica senza nessuna aspettativa, senza ricordarsi nemmeno cosa deve far sentire a lezione al suo maestro, beh….qualcosa non  funziona…

Bambini e competizioni musicali, cosa ha da dire in merito?

Il concorso è uno strumento, secondo me, straordinario per tutti: per il bambino che si sente motivato  a raggiungere un traguardo; per il maestro che canalizza la sua azione didattica verso un evento in cui lui stesso sarà e per la famiglia che avrà un reale metro di paragone e di monitoraggio sia in relazione al livello di preparazione del proprio piccolo che quello degli altri musicisti in erba.
Ma soprattutto è fondamentale la gestione dell’emotività: suonare in pubblico non è facile per nessuno e, attraverso i concorsi, i bimbi possono cominciare a frequentare il palcoscenico gradualmente, senza avvertirne l’impatto emotivo.

Secondo lei quali sono gli elementi che hanno maggiormente contribuito al successo mondiale raggiunto da sua figlia Beatrice?

La storia di Beatrice è un felice mix di tanti ingredienti: sicuramente talento, tanto, tanto studio, ottimi maestri, una famiglia che ha sempre sostenuto il suo cammino, e, perché no, un pizzico di fortuna. E quando parlo di fortuna mi riferisco all’incontro di persone che “in quel preciso momento” e “in quel preciso luogo” hanno fatto sì che si verificassero determinate condizioni.

Secondo me sono state fondamentali la determinazione e l’ instancabile e scientifica organizzazione del tempo. Si è sempre preparata come un atleta con un sistema di vita, anche alimentare, ineccepibile, cercando di arrivare a ogni occasione al massimo della forma fisica.

C’è stato un momento preciso in cui Beatrice ha capito che voleva raggiungere le alte vette della musica? Quanto ha lavorato e come si è creata le giuste opportunità per emergere? In che modo le siete stati vicini come famiglia?

Non credo che Beatrice si sia mai posto l’obiettivo di desiderare la grande carriera: lei ha sempre studiato e lavorato per “dare voce” al suo pensiero musicale; un pensiero che fosse il frutto di riflessioni, di ricerca e di sperimentazioni personali e non inficiate da inutili spettacolarismi. Le giuste opportunità le hanno create i concorsi: vincerli ha significato non solo il giusto riconoscimento a tanto studio, ma la possibilità di poter suonare attraverso i “concerti-premio”.

Il primo concorso importante che ha vinto fu il “Muzio Clementi” a Firenze: aveva 9 anni ed era il suo primo concorso al di fuori della Puglia. Vinse 4 premi e il premio assoluto di tutta la competizione. Dopo pochi giorni debuttò con l’orchestra!

Io e mio marito non ci siamo mai tirati indietro ad accompagnarla. Il nostro lavoro, in Conservatorio, molto duttile, d’altra parte, ce lo ha permesso!

Cosa si sentirebbe di consigliare concretamente a un ragazzo che aspira a raggiungere gli stessi traguardi?

Di crederci fino allo sfinimento e di provarci sempre sempre, sempre. Di non arrendersi al primo scoglio. L’onestà e il lavoro premiano sempre!

Le sue figlie hanno sempre saputo di voler fare le musiciste da grandi? E voi genitori come vi siete relazionati con le loro ambizioni?

Non credo che loro si siano mai posto il problema di cosa volessero fare da grandi: quando sono cresciute, sapevano fare un qualcosa che esercitavano già da tempo come professione. A loro è stato risparmiato il grande dilemma della scelta dopo il liceo, anzi non vedevano l’ora di finire il liceo per potersi dedicare a tempo pieno alla musica!

Ogni insegnante ha un suo metodo e ogni musicista ha un suo stile. In base alla sua esperienza di insegnante e vedendo il percorso che hanno fatto le sue figlie crede sia possibile identificare un metodo di studio migliore degli altri?

Ovviamente no, ognuno è frutto di un percorso, di una storia, di un destino differente. Posso solo dire che ho avuto la fortuna di conoscere tantissimi giovani musicisti, anche stranieri, amici delle mie figlie e il comun denominatore che li ha contraddistinti è stato sempre l’energia e il desiderio di fare qualcosa di veramente bello!

Già, nell’accezione più elevata del concetto, fare musica significa proprio “ cercare la bellezza”.

Secondo la sua esperienza e i risultati ottenuti con le sue figlie, quanto tempo e impegno dovrebbe dedicare un bambino allo studio dello strumento?

Il tempo che riesce. Ricordo che Beatrice, a 9/10 anni circa, dedicava poco più di mezz’ora al giorno quando studiava con una professoressa a Lecce. Il giorno in cui cambiò maestro, quando fu accolta nella classe di Benedetto Lupo, passò improvvisamente a circa due ore al giorno con il risultato che non era mai soddisfatta di quello faceva; nonostante il maggior tempo che dedicava allo studio del pianoforte, non riusciva a trovare quello che il suo maestro le chiedeva di cercare.

Uguale Ludovica: quando passò a studiare con Enrico Dindo, alla Cello Academy di Pavia lo smarrimento fu lo stesso!

In che modo ha incoraggiato le sue figlie a studiare, soprattutto nei momenti in cui non ne avevano voglia?

Bella domanda! Quello che avrebbe fatto una qualsiasi mamma…a volte è meglio staccare un po’, prendersi un momento di relax, una passeggiata e ritornare più carichi di prima.

Guardando all’esperienza delle sue figlie, pensa che sia possibile individuare una pratica, un’abitubine o un modo di vivere che i musicisti dovrebbero adottare (o i genitori far adottare ai piccoli musicisti) per ottenere il massimo?

Sembrerà strano, ma io ho sempre creduto nel felice ritmo della quotidianità: studiare musica è come un’attività atletica. Occorre routine, esercizio e concentrazione e, se manca l’abitudine a tutto ciò, i risultati saranno sempre inadeguati alle aspettative. E quindi, Beatrice e Ludovica hanno sempre studiato lo strumento nella prima parte del pomeriggio, quando le energie mentali e fisiche erano un più alte dedicandosi ai compiti scolastici dopo.

Quali sono gli errori da evitare quando si accompagna un figlio nel cammino con la musica?

Difficile dare un consiglio specifico. Il mio consiglio è quello di stargli vicino, anche fisicamente, nella stanza mentre si esercitano. Lo studio della musica isola molto e, incoraggiare, anche con un semplice sorriso, può essere fortemente motivante per un bimbo.

Cambierebbe qualcosa nel modo in cui ha guidato le sue figlie nel loro percorso musicale?

Sicuramente degli errori li ho fatti, è inevitabile. Nel percorso di entrambe le ragazze abbiamo avuto la sfortuna di incontrare persone “particolarmente negative”. Se mi fosse data la chance di tornare indietro, non sprecherei con loro tante energie; girerei pagina senza rimpianti!

Se volesse riassumere la sue esperienza in un principio guida, quale sarebbe?

Amare profondamente ogni momento della vita ed essere sempre onesti con sè stessi: il resto verrà!

L’intervista è terminata. Vorrei però ringraziare pubblicamente la professoressa Maria Pina Solazzo per la sua solita gentilezza, cortesia e disponibilità. Grazie per le sue risposte.

Suonare uno strumento fa bene al cervello

Oggi voglio condividere con voi un interessantissimo video pubblicato dal canale TedEd.

In soli 4 minuti di video si accenna a tutto quello che ho letto e condiviso con voi nelle ultime settimane riguardo la musica e il cervello.

How playing an instrument benefits your brain parla di come suonare coinvolga molte aree cerebrali allo stesso tempo e di come l’esercizio musicale metodico e strutturato sia in grado di rafforzare le funzioni cerebrali. Fa notare che suonare uno strumento va un passo oltre il solo ascoltare musica in quanto suonare richiede particolari capacità motorie e la collaborazione dei due emisferi cerebrali.

Inoltre, come abbiamo già detto altre volte, suonare aumenta il volume e l’attività del corpo calloso del cervello, aiuta la memoria e consente di gestire meglio varie situazioni della vita.

Ma mi fermo qui, il video saprà incuriosirvi e spiegarvi tutto al meglio.
Se ne avete bisogno ricordate di attivare i sottotitoli in italiano (dalla rondella in basso a destra nel riquadro del video andate su sottotitoli e cercate la nostra lingua)

Buona visione e buona settimana.

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