Quanto tempo serve per preparare un pezzo?

 

Ormai i miei studi in conservatorio sono finiti, ma nell’ultimo anno prima della laurea ho fatto mio il metodo di cui il mio maestro mi ha sempre parlato: il famigerato metodo della lenticchia!

Non siete stati scossi da un brivido di paura? Beh…allora non sapete bene di cosa si tratta.

Una volta spiegato potrà sembrare terrificante ma vi assicuro che non lo è. Si tratta di una di quelle classiche cose che a pensarle spaventano e sembrano impossibili ma poi non lo sono così tanto e sopratutto danno grande soddisfazione.

Dunque: state studiando un nuovo pezzo? Avete delle difficoltà che vi sembra di non riuscire a superare? Non riuscite ancora ad avere piena sicurezza del pezzo che state preparando?

Bene. Nessun problema, è tutto facilmente risolvibile: prendete un pacco di lenticchie (da chilo, mi raccomando) e mettetelo alla vostra destra; suonate il passaggio che vi da problemi o la frase su cui volete lavorare o un’intera pagina del pezzo e poi prendete una lenticchia dal pacco e spostatela alla vostra sinistra. Quindi risuonate il passaggio incriminato, prendete e spostate un’altra lenticchia e così via fino a che non avrete spostato tutte le lenticchie a vostra disposizione.

Tenere il pacco di lenticchie a sinistra o a destra non cambierà il risultato ottenuto con questo magico processo! 😀

Forse state pensando che sia impazzita, ma non è così.

Il mio carissimo maestro Corrado Nicola De Bernart ha sempre parlato dello studio al pianoforte in modo molto razionale (vi ricordate quando vi ho parlato dello studio barricato?) ma personalmente, all’inizio non ero affatto convinta delle sue affermazioni. Questo fino a che non ho provato a seguire alla lettera le sue indicazioni. (Va bene, lo ammetto, forse un po’ troppo alla lettera, ma avevo bisogno di toccare con mano l’intero processo)

“Organizzazione” è la sua parola d’ordine e va a braccetto con “pianificazione”. Perché? Perché solo pianificando le ore di studio e organizzando la giornata possiamo preparare un programma in dei tempi stabiliti.

Mettiamo il caso che ci chiedano di suonare un certo programma X per un concerto o una serata di cui si conosce già la data. Alcuni pezzi di questo programma già fanno parte del nostro repertorio ma altri no: come facciamo a decidere se accettare l’ingaggio oppure rifiutarlo?

Abbiamo il tempo necessario per preparare tutti i pezzi e presentarli a un pubblico? Quali sono i nostri passi: decidiamo di affidarci al caso o riusciamo a fare una stima precisa del tempo che ci occorre per preparare quei pezzi?

Che siate pianisti o strumentisti di altro genere la sostanza non cambia: occorre essere lungimiranti e saper organizzare e programmare il lavoro, almeno se si vuole essere professionali.

Come ho detto nell’articolo sullo studio barricato, sugli spartiti del mio maestro è sempre indicato il tempo da dedicare giornalmente a un pezzo in particolare. Se per motivi organizzativi quel pezzo viene studiato a giorni alterni si troverà anche l’indicazione dei giorni della settimana. Ma proviamo un attimo ad usare un po’ di senso pratico.

Il metodo della lenticchia nella sua purezza presenta dei problemi logistici: primo fra tutti non possiamo usare un pacco di lenticchie per ogni pezzo, quindi, volendo, possiamo lasciare le lenticchie in cucina…o quasi…

La sostanza di questo metodo sta nella ripetizione, ripetizione, ripetizione.

Ce lo siamo detti parlando delle affinità con le arti marziali e lo dice tra gli altri Heinrich Neuhaus nel suo libro L’arte del pianoforte – libro di cui consiglio vivamente la lettura per il suo carattere formativo e illuminante anche per i non pianisti.

Più volte in classe il mio maestro aveva parlato di un numero x di ripetizioni necessarie alla padronanza di un pezzo. Cioè, non era inusuale sentirgli dire “…se non l’hai suonato almeno 1000/1500 volte come puoi pretendere che funzioni?…”

Ora, su questo numero non mi posso esprimere, mi è sempre sembrato molto ma molto alto e con le scadenze che ho avuto fino ad ora non sono ancora riuscita a raggiungerlo, però ho individuato un numero minimo di ripetizioni oltre il quale il pezzo inizia a camminare da sé proprio come se facesse un salto di qualità.

Stando alla mia esperienza documentata, questo numero è risultato valido per pezzi di varia difficoltà. A cambiare è però il fattore tempo cioè il tempo che si impiega nel raggiungere tale numero di ripetizioni.

Se siamo alle prese con un pezzo di musica contemporanea, ricco di alterazioni, accordi e dissonanze probabilmente impiegheremo molto più tempo che non studiando una composizione minimalista. Lo stesso dicasi se affrontiamo un pezzo con notevoli difficoltà tecniche come uno studio di Liszt per esempio. Ma questo è comunque un fattore soggettivo.

La cosa importante e illuminante è che avendo individuato questo numero minimo di ripetizioni basterà capire il tempo che ogni ripetizione richiede a seconda della difficoltà del pezzo e potremo fare una stima abbastanza precisa del tempo che ci occorrerà per preparare il pezzo in questione e renderlo presentabile ad un pubblico.

A ben pensare poi, questo metodo basato sulle ripetizioni non è una cosa così strana. Molti metodi per principianti ne fanno uso e sicuramente è stato usato anche su di voi per i vostri primi passi sul pianoforte o al vostro strumento, qualunque esso sia. La vostra insegnante non vi ha mai indicato “ripetere questo passaggio 10 volte”, per esempio?…beh, questo è il metodo della lenticchia, ma tarato nel modo ritenuto più opportuno dall’insegnante.

Personalmente ho un piccolo blocco note in cui indico nome e autore del pezzo e il numero di ripetizioni fatte con delle lineette. Per comodità di conteggio le raggruppo in gruppi da 5 e file da 10. Potete usare un foglio bianco o delle piccole tabelle a seconda di come preferite, ma i vantaggi, posso garantire, non tarderanno ad arrivare e potrete anche rendervi conto di quanto molto spesso siamo portati a scoraggiarci perché qualcosa non ci esce…fino a che non ci rendiamo conto che in fondo l’abbiamo ripetuto solo una decina di volte.

 

 

Del resto, il talento non basta lo sappiamo, la vera arma è il lavoro quotidiano. Come ricorda Mario Marzi in questo video di Made In Orchestra, il segreto vero è “una goccia di talento e un mare di sudore”.

Quindi buone lenticchie a tutti!

Come le arti marziali possono aiutarti a diventare un bravo musicista…e viceversa.

È da un po’ che voglio ricominciare a scrivere e finalmente ieri sera ho letto qualcosa che ha riacceso in me la giusta scintilla.

In passato ho praticato Arti Marziali e avevo già notato delle relazioni con lo studio del pianoforte e della musica in generale.

Potrà sembrare strano a chi non ha mai praticato questo genere di Arte, ma la calma interiore richiesta, la concentrazione, la ripetizione di movimenti che devono essere assimilati a livello profondo fino a diventare automatici ed istintivi, l’assimilazione di principi chiave e anche la lentezza iniziale volta alla rilassatezza e alla pulizia del movimento sono tutti aspetti che combaciano perfettamente con i principi che i miei migliori maestri di pianoforte mi hanno sempre trasmesso.

Ed ecco che ieri sera, leggendo uno degli scritti di un maestro Zen ad un maestro di spada (da La mente senza catene) ho visto riaffiorare questi parallelismi tra le due arti.

Ecco il passo in questione:

“Se non vi concentrate sulla tecnica, ma vi limitate a riempire la testa di principi, il corpo e le mani non funzioneranno. Addestrarsi alla tecnica, nei termini della vostra arte marziale, significa praticare e praticare strenuamente fino a che le cinque posture del corpo diventano una sola.

Anche se conoscete i principi, dovete essere totalmente liberi quando utilizzate la tecnica. E anche se potete maneggiare alla perfezione la spada che portate, se non avete chiari gli aspetti più profondi dei principi, è probabile che i vostri colpi manchino di efficacia.

La tecnica e il principio sono come le due ruote di un carro.”

Takuan Sōhō

Tratto da La mente senza catene – pag. 30

Quante volte avete sentito parlare della questione “è più importante la tecnica o essere comunicativi?”.

La tecnica è sicuramente fondamentale. La padronanza assoluta di quello che si sta suonando è necessaria ma difficile da ottenere; occorre chiamare accanto a sé Costanza e Pazienza ed ospitarle a lungo senza trattarle come ospiti indesiderati. Loro sono le nostre compagne più fedeli, le nostre migliori alleate.

Un’altra cosa che salta all’occhio leggendo il passo che ho condiviso con voi riguarda l’addestramento.

Anche noi musicisti ci dobbiamo addestrare ed allenare come degli atleti. Vi ricordate di quando vi ho parlato dello stile di vita del mio maestro di pianoforte in preparazione dei concerti? (Ecco qui l’articolo) A che altro fa pensare se non ad un vero e proprio addestramento?

Sappiamo tutti quanto la ripetizione sia un elemento fondamentale per la nostra preparazione, ma spesso non teniamo in giusto conto questo aspetto.

Come dei maestri di arti marziali dobbiamo praticare e praticare, senza dimenticare i principi che ci guidano, certo, ma anche senza fare dei principi e della teoria il fardello che ci rallenta.

Senza una tecnica sicura, senza avere la padronanza di un pezzo, cosa si può comunicare?

Una persona musicale e particolarmente comunicativa sul piano emozionale si troverebbe in difficoltà, nonostante la sua dote, nell’eseguire un pezzo dall’andamento incerto.

Se la sua capacità di comunicazione è 10 questa verrebbe drasticamente limitata dalla mancanza di sicurezza e di libertà sulla tastiera.

È la libertà che consente piena espressione.

Naturalmente stiamo parlando di quella libertà che si ottiene quando la mano fa in automatico ciò che vuole il pensiero, in modo diretto, senza mediazione alcuna.

Raggiungere quel livello in cui non è più necessario pensare ma tutto fluisce senza indugio è la meta cui dobbiamo puntare.

Ma c’è un ma. Come sappiamo bene la tecnica non è tutto. Non vogliamo diventare delle macchine prive di vita. “Maneggiare alla perfezione la nostra arma” cioè avere una padronanza digitale assoluta non è l’unico elemento importante per una buona performance.

Imparare ad essere comunicativi, capire i principi profondi dell’arte di suonare il pianoforte, dell’arte di essere musicisti; capire l’essenza profonda di ciò che suoniamo, i principi che hanno guidato il compositore e i principi che ci spingono a suonare sono tutti elementi fondamentali.

Tecnica e principi sono quindi le due ruote del carro che ci condurrà sulla via dell’essere musicisti.

 

Fonti:

Takuan Sōhō, La mente senza catene. Scritti di un maestro Zen ad un maestro di spada, Edizioni Mediterranee, 2010

Metodi di studio: essere lungimiranti e prevenire gli errori. Pillola n.5 – Guardare avanti

Quella di guardare avanti è una capacità indispensabile per ogni buon musicista.

È stata sicuramente una delle prime cose che mi sono state insegnate quando ho iniziato, anni or sono, a prendere lezioni di pianoforte.

Eppure, un po’ per pigrizia un po’ per svogliatezza, con il tempo ce ne dimentichiamo. Ma se stiamo dedicando tanto tempo ed energie (fisiche e mentali) per imparare a suonare  uno strumento, non vogliamo farlo nel miglior modo possibile? Non vogliamo imparare pezzi nuovi e che ci piacciono e saperli padroneggiare nel minor tempo possibile per poterli far ascoltare ad altri e per goderne noi stessi?

Non dimentichiamo che studiare la “lezioncina” per l’insegnante non serve a nessuno. Ricordiamoci sempre qual è la nostra meta e il nostro obiettivo. 

La “pillola” di oggi riguarda proprio questo argomento.

Pillola n.5

«Aspirare alla posizione più vantaggiosa delle dita in ogni momento è impensabile senza la flessibilità, ma un grande alleato è la lungimiranza. Gli insegnanti sanno quanto spesso i difetti degli allievi siano dovuti all’incapacità di guardare avanti, di prevedere avvenimenti che finiscono per coglierli “impreparati”. […] ricordate, l’errore non commesso è oro, quello commesso e corretto è rame, l’errore commesso e non corretto…indovinate voi stessi.»

Heinrich Neuhaus, L’arte del pianoforte, p. 182

Lo stesso Neuhaus propone un piccolo esercizio sulle scale volto ad “educare” la lungimiranza e consiste nell’affrontare in anticipo il passaggio del pollice, nel prepararlo quindi per tempo in modo da evitare strappi o accenti inopportuni.

In generale guardare uno o due movimenti avanti è fondamentale. Ci sono insegnanti che per “allenare” i propri allievi in questa capacità gli coprono lo spartito progressivamente un istante prima che suonino. Praticamente è l’equivalente di quello che accade con le applicazioni di lettura rapida in cui il testo scorre. Qui a scorrere è un foglio bianco che va a coprire lo spartito: se non abbiamo “guardato avanti” siamo fregati e non sappiamo cosa suonare.

Mi viene in mente un’applicazione Android per allenare la lettura veloce delle note che funziona un po’ allo stesso modo. (Si chiama SolfaReader, ecco qui il link) Avere il pentagramma che scorre autonomamente a velocità via via maggiore obbliga ad essere pronti e ad avere sempre lo sguardo pronto alla nota successiva. La consiglio, è molto utile soprattutto per i principianti.

Sono a favore dei “giochi” educativi (a tal proposito avete già visitato la sezione risorse del blog?) e se ne avete alcuni da consigliare anche voi inseriteli nel commenti e ne parleremo anche insieme.

Ricordate quindi, nella musica come nella vita siate lungimiranti!

Il pianoforte è un’orchestra e noi ne siamo i direttori. Pillola n. 4 – Metodi di studio per il lavoro sul ritmo e sul tempo

1. Come strumentisti in un’orchestra: timbro e suono.

Se suonate il pianoforte anche voi avrete sentito dire che questo magnifico strumento è come un’orchestra sotto le nostre dita.

Quando nelle riduzioni per pf troviamo scritto Oboe oppure Tromba o Violino all’inizio di una frase, l’indicazione non solo ci serve per capire se dobbiamo suonare quel passaggio come fossimo una Tromba, un Oboe o un Violino ma anche per cercare di “imitare” il timbro di quel particolare strumento.

Come abbiamo più volte ripetuto (a cominciare da questo primo articolo della serie ) il segreto è nella mente: più abbiamo chiaro in mente il suono che vogliamo creare tanto più riusciremo ad avvicinarci a esso.

Una volta il mio primo maestro in conservatorio, il musicista-pianista Alexandre Hintchef, mi chiese di cercare un suono che fosse magico per un passaggio di un sonata – “si deve avvicinare al sogno” – mi disse. Potete immaginare la mia gioia e la mia sorpresa quando durante la lezione successiva, sorridendomi, mi disse che era contento che l’avessi preso in parola. Del resto lui mi aveva fatto sentire il suono a cui faceva riferimento e a quel punto era ben chiaro anche a me; il suono ce l’avevo nella testa e nelle orecchie, si trattava solo di far arrivare il messaggio alle mani e tramite queste far cantare il pianoforte con quella particolare voce.

Lo so, stavamo parlando di orchestra e non solo di un suono da pianoforte che risponda a determinate caratteristiche, ma vi assicuro che il principio è uguale. Si deve aver chiaro in mente quello che si vuole raggiungere, si deve poter visualizzare la meta.

Il problema ovviamente riguarda molto anche la mano in senso tecnico (ma non dimentichiamo che parliamo sempre di “téchne” cioè di arte). Ricordo che una volta, ad una lezione di musica da camera, il maestro Francesco Libetta, anche lui grande musicista e pianista, parlò di orchestrazione della mano. E la cosa ha molto senso se pensate che ogni dito ha il suo ruolo, sia che si tratti di fare il solista in mezzo all’accompagnamento sia che si tratti di essere una voce nell’insieme dell’orchestra. Ma ne riparleremo.

Il discorso è molto delicato, bellissimo ma semplice e difficile da trattare allo stesso tempo. Non servirà pensare che per ottenere quel suono il dito dovrà avere quella particolare inclinazione, il polso quell’altra…no. Anche se quello sarà un bagaglio che riuscirete a formarvi (il mio attuale maestro per esempio, mi sa dire esattamente come dovrei tenere la mano per ottenere un suono X) se avete un’idea precisa di quello che volete la vostra mano, guidata dal vostro orecchio, vi indicherà la strada.

Abbiamo quindi preso coscienza del fatto che abbiamo davvero un’orchestra sotto le mani, e noi ne siamo sia i direttori che gli strumentisti.

2. Fare i direttori dell’orchestra per curare i problemi di tempo e ritmo.

E cosa fanno i direttori? Beh, il direttore è “il motore di tutto”. L’orchestra intera è uno strumento che suona al ritmo della sua bacchetta, che suona piano o forte secondo la sua volontà, che accelera o rallenta seguendo le sue indicazioni. Cosa pensereste se un direttore facesse suonare la vostra sinfonia preferita ad una velocità molto ma molto inferiore rispetto alla velocità “giusta”? Molto probabilmente la cosa non sarebbe di vostro gradimento. E quindi perché un pianista dovrebbe suonare qualcosa ad un tempo non adatto o, ancor peggio, con estrema irregolarità nel tempo? Eppure è una cosa che accade molto spesso.

Ecco quindi cosa consiglia Neuhaus per i problemi legati alla gestione del tempo:

Pillola n.4

«Agli studenti  che studiano una composizione e debbono impossessarsi del suo aspetto più importante, vale a dire la struttura ritmica, cioè l’organizzazione del processo temporale, consiglio fermamente di comportarsi come si comporta un direttore con la partitura: mettere lo spartito sul leggio e dirigere la composizione dall’inizio alla fine, come se suonasse qualcun altro, un pianista immaginario, e come se colui che dirige gli imponesse la propria volontà, cioè, prima di tutto i propri tempi, e in più, naturalmente tutti i dettagli dell’esecuzione. »

L’arte del pianoforte, pag. 85, 86

Secondo il nostro mastro quest’operazione facilita il processo di apprendimento e dovrebbe impedire di suonare “quello che viene” invece di quello che si vuole o di quello che vuole l’autore.

Se siamo i direttori di un pianista immaginario dobbiamo pretendere che questo non si lasci guidare dalle difficoltà tecniche e dalla scarsa comprensione di quello che sta suonando.

In sostanza Neuhaus consiglia di «separare l’organizzazione del tempo dal processo di studio dell’opera, di isolarla per poter giungere più facilmente e certamente ad una totale concordanza con se stessi e con l’autore per quanto riguarda il ritmo, il tempo e tutte le loro variazioni.»

Quando sediamo davanti al pianoforte quindi ricordiamolo sempre, siamo pianisti e direttori d’orchestra, dobbiamo essere musicisti a tutto tondo.

La tecnica è arte e nasce dal pensiero. Pillola n.3

Siamo al terzo giorno di questa specie di “lettura rapida” di quel magnifico libro che è L’arte del pianoforte di Heinrich Neuhaus. Se avete perso i primi due passaggi che ho voluto segnalare, le prime due “pillole” salutari per ogni musicista e musicista-insegnante potete cominciare da qui.

Ma andiamo al dunque.

Pillola n.3

«Perfezionare lo stile vuol dire perfezionare il pensiero»

L’arte del pianoforte, pag. 43

Cosa vuol dire? Beh, in realtà niente che già non sappiamo.

Come ci aveva già svelato con la “Pillola n.1” il nostro didatta torna a ribadire che tutto parte dalla mente. Più riusciamo a perfezionare qualcosa a livello del pensiero più potremo avvicinarci a quella perfezione con uno studio coscienzioso.

«Quanto più è chiara la mèta (il contenuto, la musica, la perfezione dell’interpretazione) tanto più chiari saranno i mezzi per raggiungerla.»

Del resto, come Neuhaus amava ricordare ai suoi allievi, la parola “tecnica” proviene dalla parola greca “téchne” che significa arte. Ne deriva che

«qualsiasi perfezionamento della tecnica è perfezionamento dell’arte stessa…»

Diventa una tragedia quindi quando i pianisti isolano in modo assoluto la “tecnica” – mi riferisco adesso al termine nell’accezione che gli diamo ai nostri giorni – da tutto il resto.

Ovviamente questa è una considerazione che dobbiamo ripetere a noi stessi nel momento in cui siamo musicisti, ma abbiamo il dovere di farla comprendere e ricordare anche ai nostri allievi nel momento in cui siamo degli insegnanti.

Lo scopo del resto, non va dimenticato, non è far fare ginnastica alle dita, ma ottenere un’esecuzione artistica, un suono magico e ovviamente scorrevolezza delle dita e pulizia fanno parte del pacchetto.

In un’ottica di questo tipo il lavoro musicale e il lavoro tecnico vengono a fondersi l’un l’altro e i confini non risultano ben definibili. E a questo punto che valore possiamo attribuire a volumi a noi “tanto cari” come il famoso Hanon? (Giusto per dire un nome tra tutti)

Il capitolo, pur essendo “solo” un capitolo introduttivo, è davvero molto interessante, e gli argomenti tutti legati e intrecciati tra loro mi porterebbero a dilungarmi eccessivamente, quindi mi fermo qui per ora ma vi invito a riflettere su quanto detto.

Per quanto mi riguarda se ripenso a tutte le esperienze passate e presenti legate allo studio mi ritrovo perfettamente con le parole del maestro. Se avete opinioni o commenti in merito sarei felice di leggerli.

Vita da pianisti: genio e sregolatezza o ordine e metodo? Come studiare il pianoforte

Ancora una volta il mio maestro di pianoforte è tornato a parlare della costanza nello studio, dell’avere un’organizzazione rigorosa e di procedere nello studio con ordine quasi maniacale.

Lui è uno dei migliori docenti del conservatorio di Lecce ed è un accanito sostenitore di questa teoria: la applica da sempre e da sempre ottiene i risultati che vuole. Sui suoi spartiti non indica solo le diteggiature e le indicazioni metronomiche ma anche il tempo materiale, in ordine di ore e/o minuti che tutti i giorni gli serve dedicare a quel pezzo in particolare per poter raggiungere il livello desiderato e poterlo presentare al pubblico in modo quanto più vicino all’impeccabile.

Forse siamo troppo abituati a sentir parlare di talento.

Il ‘talento’ così considerato sminuisce tutto lo studio che c’è dietro, tutto il lavoro che è necessario per la preparazione di un pezzo o di un intero programma. Le persone ti sentono suonare e dicono: – “eh..sei davvero portato. Che talento!”

Ma ancora peggio, questo concetto divide le persone in due grandi categorie: quelle che per vocazione divina possono suonare e quelle che, per lo stesso motivo, non possono. E a noi non resta scelta.

Sicuramente la decisione di suonare uno strumento è un po’ una vocazione. Come abbiamo potuto anche leggere nell’intervista a Maria Pina Solazzo (mamma di Beatrice Rana e docente in conservatorio) essere dei musicisti è un’ attività totalizzante, un lavoro che coinvolge ogni aspetto della vita. Bisogna essere in ottima forma sia fisicamente che mentalmente. Concentrazione e prestanza fisica vanno di pari passo. Non si può prescindere da uno stile di vita sano se si vogliono ottenere buoni risultati.

Noi musicisti siamo un po’ come dei chirurghi: se questi la mattina dopo hanno un intervento non possono di certo tirar tardi fino a notte fonda ad ubriacarsi con gli amici; il giorno dopo non sarebbero lucidi, non avrebbero le mani ferme come dovrebbero, non sarebbero fisicamente e mentalmente in grado di reggere le ore di lavoro che li attendono. Allo stesso modo come possiamo noi avere le energie fisiche e mentali necessarie ad affrontare le ore di studio che ci vengono richieste se conduciamo una vita sregolata?

E quindi il programma richiede che almeno in vista della preparazione di un esame o di un concerto si vada a nanna alla 22:30 e ci si alzi per le 7:00/7:30. Poi colazione sana e sostanzionsa e dalle 9:00 alle 13:00 studio BARRICATO.

Si. Proprio come la grappa. Barricata.

Uno studio senza distrazioni, senza cellulare che squilla a portata di mano e senza parenti che vedendoci a casa ci chiamano e ci interpellano per decidere se la disposizione dei cuscini o del divano è di nostro gradimento. Poi pranzo, si rassetta e ci si rilassa e dalle 16:00 alle 20:00 riprendiamo la sessione di lavoro, sempre barricato.

Ovviamente non stiamo parlando dello studio richiesto ad un bambino che sta iniziando a studiare lo strumento, ma stiamo parlando di un programma forse un po’ ideale per un professionista, o anche già per un allievo di ottavo/decimo anno.

In realtà già con 4-6 ore di studio si possono ottenere dei buoni risultati, ma ovviamente dipende dal repertorio che si vuole affrontare.

Se ci pensate però un lavoratore non fa meno di sei ore di lavoro ogni giorno, e questo è il lavoro dei musicisti. Almeno sei ore di studio non dovrebbero sembrarci spropositate. Di sicuro c’è chi è in grado di ottenere ottimi risultati anche con quattro o cinque, ma la costanza resta una cosa fondamentale.

Il vero problema secondo me è che ‘lavorando’ a casa ci sentiamo autorizzati ad interrompere la sessione di studio…o acconsentiamo a farla interrompere da altri.

È importantissimo quindi capire, in base alle reali e concrete necessità quotidiane di ognuno di noi, quanto tempo possiamo dedicare ogni giorno allo studio. (Ovviamente gli imprevisti ci sono e ci possono essere, ma non devono essere la regola – provate sempre a pensare a cosa direbbe il vostro datore di lavoro!!!)

Dopo aver individuato le ore a nostra disposizione ogni giorno possiamo capire in quanto tempo siamo in grado di presentare un pezzo al pubblico. Se dobbiamo preparare un esame volendo portare dai brani che richiedono almeno tre mesi di studio lavorando 6 ore al giorno ma ci siamo ridotti ad avere solo due mesi e 4 ore di studio ci stiamo imbarcando in un’impresa impossibile, bisognerà quanto meno scegliere dei pezzi che siano più alla portata.

Un’organizzazione precisa permette di ottenere i risultati che si vogliono e lo studio sarà costante e costruttivo. Proprio come i ballerini hanno bisogno di costante allenamento per ballare al meglio delle loro possibilità, le nostre mani hanno bisogno di eseguire i passaggi tencini più volte per acquisire sicurezza e agilità nei movimenti.

Quello proposto dal maestro è un metodo di studio davvero molto razionale, e qualcuno potrebbe pensare che tutta questa razionalità non collimi con l’aspetto musicale della professione, lo pensavo anche io, ma adesso sono convinta che non sia così. Almeno non completamente.

La cosa che più mi piace è che questo modo di vedere le cose non rende l’essere musicisti una cosa legata esclusivamente a un dono mistico.

È vero, alcuni hanno una sensibilità e una musicalità maggiore di altri, e questo davvero può essere un dono. È anche vero che ci sono delle mani che per la loro costituzuone fisica rendono impervia l’esecuzione di alcuni brani scritti da chi aveva invece mani grandi e forti, ma con questo metodo chiunque ce la può fare scegliendo, passo dopo passo, pezzi che siano alla propria portata.

La filosofia di fatto è questa: “Se lo faccio io potete farlo anche voi” quindi buono studio a tutti.