Quanto tempo serve per preparare un pezzo?

 

Ormai i miei studi in conservatorio sono finiti, ma nell’ultimo anno prima della laurea ho fatto mio il metodo di cui il mio maestro mi ha sempre parlato: il famigerato metodo della lenticchia!

Non siete stati scossi da un brivido di paura? Beh…allora non sapete bene di cosa si tratta.

Una volta spiegato potrà sembrare terrificante ma vi assicuro che non lo è. Si tratta di una di quelle classiche cose che a pensarle spaventano e sembrano impossibili ma poi non lo sono così tanto e sopratutto danno grande soddisfazione.

Dunque: state studiando un nuovo pezzo? Avete delle difficoltà che vi sembra di non riuscire a superare? Non riuscite ancora ad avere piena sicurezza del pezzo che state preparando?

Bene. Nessun problema, è tutto facilmente risolvibile: prendete un pacco di lenticchie (da chilo, mi raccomando) e mettetelo alla vostra destra; suonate il passaggio che vi da problemi o la frase su cui volete lavorare o un’intera pagina del pezzo e poi prendete una lenticchia dal pacco e spostatela alla vostra sinistra. Quindi risuonate il passaggio incriminato, prendete e spostate un’altra lenticchia e così via fino a che non avrete spostato tutte le lenticchie a vostra disposizione.

Tenere il pacco di lenticchie a sinistra o a destra non cambierà il risultato ottenuto con questo magico processo! 😀

Forse state pensando che sia impazzita, ma non è così.

Il mio carissimo maestro Corrado Nicola De Bernart ha sempre parlato dello studio al pianoforte in modo molto razionale (vi ricordate quando vi ho parlato dello studio barricato?) ma personalmente, all’inizio non ero affatto convinta delle sue affermazioni. Questo fino a che non ho provato a seguire alla lettera le sue indicazioni. (Va bene, lo ammetto, forse un po’ troppo alla lettera, ma avevo bisogno di toccare con mano l’intero processo)

“Organizzazione” è la sua parola d’ordine e va a braccetto con “pianificazione”. Perché? Perché solo pianificando le ore di studio e organizzando la giornata possiamo preparare un programma in dei tempi stabiliti.

Mettiamo il caso che ci chiedano di suonare un certo programma X per un concerto o una serata di cui si conosce già la data. Alcuni pezzi di questo programma già fanno parte del nostro repertorio ma altri no: come facciamo a decidere se accettare l’ingaggio oppure rifiutarlo?

Abbiamo il tempo necessario per preparare tutti i pezzi e presentarli a un pubblico? Quali sono i nostri passi: decidiamo di affidarci al caso o riusciamo a fare una stima precisa del tempo che ci occorre per preparare quei pezzi?

Che siate pianisti o strumentisti di altro genere la sostanza non cambia: occorre essere lungimiranti e saper organizzare e programmare il lavoro, almeno se si vuole essere professionali.

Come ho detto nell’articolo sullo studio barricato, sugli spartiti del mio maestro è sempre indicato il tempo da dedicare giornalmente a un pezzo in particolare. Se per motivi organizzativi quel pezzo viene studiato a giorni alterni si troverà anche l’indicazione dei giorni della settimana. Ma proviamo un attimo ad usare un po’ di senso pratico.

Il metodo della lenticchia nella sua purezza presenta dei problemi logistici: primo fra tutti non possiamo usare un pacco di lenticchie per ogni pezzo, quindi, volendo, possiamo lasciare le lenticchie in cucina…o quasi…

La sostanza di questo metodo sta nella ripetizione, ripetizione, ripetizione.

Ce lo siamo detti parlando delle affinità con le arti marziali e lo dice tra gli altri Heinrich Neuhaus nel suo libro L’arte del pianoforte – libro di cui consiglio vivamente la lettura per il suo carattere formativo e illuminante anche per i non pianisti.

Più volte in classe il mio maestro aveva parlato di un numero x di ripetizioni necessarie alla padronanza di un pezzo. Cioè, non era inusuale sentirgli dire “…se non l’hai suonato almeno 1000/1500 volte come puoi pretendere che funzioni?…”

Ora, su questo numero non mi posso esprimere, mi è sempre sembrato molto ma molto alto e con le scadenze che ho avuto fino ad ora non sono ancora riuscita a raggiungerlo, però ho individuato un numero minimo di ripetizioni oltre il quale il pezzo inizia a camminare da sé proprio come se facesse un salto di qualità.

Stando alla mia esperienza documentata, questo numero è risultato valido per pezzi di varia difficoltà. A cambiare è però il fattore tempo cioè il tempo che si impiega nel raggiungere tale numero di ripetizioni.

Se siamo alle prese con un pezzo di musica contemporanea, ricco di alterazioni, accordi e dissonanze probabilmente impiegheremo molto più tempo che non studiando una composizione minimalista. Lo stesso dicasi se affrontiamo un pezzo con notevoli difficoltà tecniche come uno studio di Liszt per esempio. Ma questo è comunque un fattore soggettivo.

La cosa importante e illuminante è che avendo individuato questo numero minimo di ripetizioni basterà capire il tempo che ogni ripetizione richiede a seconda della difficoltà del pezzo e potremo fare una stima abbastanza precisa del tempo che ci occorrerà per preparare il pezzo in questione e renderlo presentabile ad un pubblico.

A ben pensare poi, questo metodo basato sulle ripetizioni non è una cosa così strana. Molti metodi per principianti ne fanno uso e sicuramente è stato usato anche su di voi per i vostri primi passi sul pianoforte o al vostro strumento, qualunque esso sia. La vostra insegnante non vi ha mai indicato “ripetere questo passaggio 10 volte”, per esempio?…beh, questo è il metodo della lenticchia, ma tarato nel modo ritenuto più opportuno dall’insegnante.

Personalmente ho un piccolo blocco note in cui indico nome e autore del pezzo e il numero di ripetizioni fatte con delle lineette. Per comodità di conteggio le raggruppo in gruppi da 5 e file da 10. Potete usare un foglio bianco o delle piccole tabelle a seconda di come preferite, ma i vantaggi, posso garantire, non tarderanno ad arrivare e potrete anche rendervi conto di quanto molto spesso siamo portati a scoraggiarci perché qualcosa non ci esce…fino a che non ci rendiamo conto che in fondo l’abbiamo ripetuto solo una decina di volte.

 

 

Del resto, il talento non basta lo sappiamo, la vera arma è il lavoro quotidiano. Come ricorda Mario Marzi in questo video di Made In Orchestra, il segreto vero è “una goccia di talento e un mare di sudore”.

Quindi buone lenticchie a tutti!

Come le arti marziali possono aiutarti a diventare un bravo musicista…e viceversa.

È da un po’ che voglio ricominciare a scrivere e finalmente ieri sera ho letto qualcosa che ha riacceso in me la giusta scintilla.

In passato ho praticato Arti Marziali e avevo già notato delle relazioni con lo studio del pianoforte e della musica in generale.

Potrà sembrare strano a chi non ha mai praticato questo genere di Arte, ma la calma interiore richiesta, la concentrazione, la ripetizione di movimenti che devono essere assimilati a livello profondo fino a diventare automatici ed istintivi, l’assimilazione di principi chiave e anche la lentezza iniziale volta alla rilassatezza e alla pulizia del movimento sono tutti aspetti che combaciano perfettamente con i principi che i miei migliori maestri di pianoforte mi hanno sempre trasmesso.

Ed ecco che ieri sera, leggendo uno degli scritti di un maestro Zen ad un maestro di spada (da La mente senza catene) ho visto riaffiorare questi parallelismi tra le due arti.

Ecco il passo in questione:

“Se non vi concentrate sulla tecnica, ma vi limitate a riempire la testa di principi, il corpo e le mani non funzioneranno. Addestrarsi alla tecnica, nei termini della vostra arte marziale, significa praticare e praticare strenuamente fino a che le cinque posture del corpo diventano una sola.

Anche se conoscete i principi, dovete essere totalmente liberi quando utilizzate la tecnica. E anche se potete maneggiare alla perfezione la spada che portate, se non avete chiari gli aspetti più profondi dei principi, è probabile che i vostri colpi manchino di efficacia.

La tecnica e il principio sono come le due ruote di un carro.”

Takuan Sōhō

Tratto da La mente senza catene – pag. 30

Quante volte avete sentito parlare della questione “è più importante la tecnica o essere comunicativi?”.

La tecnica è sicuramente fondamentale. La padronanza assoluta di quello che si sta suonando è necessaria ma difficile da ottenere; occorre chiamare accanto a sé Costanza e Pazienza ed ospitarle a lungo senza trattarle come ospiti indesiderati. Loro sono le nostre compagne più fedeli, le nostre migliori alleate.

Un’altra cosa che salta all’occhio leggendo il passo che ho condiviso con voi riguarda l’addestramento.

Anche noi musicisti ci dobbiamo addestrare ed allenare come degli atleti. Vi ricordate di quando vi ho parlato dello stile di vita del mio maestro di pianoforte in preparazione dei concerti? (Ecco qui l’articolo) A che altro fa pensare se non ad un vero e proprio addestramento?

Sappiamo tutti quanto la ripetizione sia un elemento fondamentale per la nostra preparazione, ma spesso non teniamo in giusto conto questo aspetto.

Come dei maestri di arti marziali dobbiamo praticare e praticare, senza dimenticare i principi che ci guidano, certo, ma anche senza fare dei principi e della teoria il fardello che ci rallenta.

Senza una tecnica sicura, senza avere la padronanza di un pezzo, cosa si può comunicare?

Una persona musicale e particolarmente comunicativa sul piano emozionale si troverebbe in difficoltà, nonostante la sua dote, nell’eseguire un pezzo dall’andamento incerto.

Se la sua capacità di comunicazione è 10 questa verrebbe drasticamente limitata dalla mancanza di sicurezza e di libertà sulla tastiera.

È la libertà che consente piena espressione.

Naturalmente stiamo parlando di quella libertà che si ottiene quando la mano fa in automatico ciò che vuole il pensiero, in modo diretto, senza mediazione alcuna.

Raggiungere quel livello in cui non è più necessario pensare ma tutto fluisce senza indugio è la meta cui dobbiamo puntare.

Ma c’è un ma. Come sappiamo bene la tecnica non è tutto. Non vogliamo diventare delle macchine prive di vita. “Maneggiare alla perfezione la nostra arma” cioè avere una padronanza digitale assoluta non è l’unico elemento importante per una buona performance.

Imparare ad essere comunicativi, capire i principi profondi dell’arte di suonare il pianoforte, dell’arte di essere musicisti; capire l’essenza profonda di ciò che suoniamo, i principi che hanno guidato il compositore e i principi che ci spingono a suonare sono tutti elementi fondamentali.

Tecnica e principi sono quindi le due ruote del carro che ci condurrà sulla via dell’essere musicisti.

 

Fonti:

Takuan Sōhō, La mente senza catene. Scritti di un maestro Zen ad un maestro di spada, Edizioni Mediterranee, 2010

Le bretelle che ogni musicista vorrebbe sfoggiare

E con questo è arrivato il momento di inaugurare una nuova sezione del blog dedicata agli articoli da regalo e ai gadget che ogni musicista vorrebbe avere anche solo per farsi due risate. L’altro lato della medaglia è che se non sapete cosa regalare a un musicista siete nel posto giusto!! Il progetto in cui rientra questa sezione è molto più ampio e l’idea mi è venuta durante la visita ad un negozio di musica a Vienna ma da qui al 23 Marzo ho davvero poco tempo da dedicare a qualsiasi cosa che non sia il mio pianoforte. Quindi restate all’erta, intanto iniziamo così 😉

Sto guardando uno strano film di animazione, Fantastic Mr. Fox, molto simpatico devo dire…quando ad un certo punto ecco spuntare una talpa, pianista, con delle magnifiche bretelle come queste!!! Le ho già inserite nella lista dei regali che vorrei 😀

Anche questa è #vitadapianisti !

Bretelle con motivi pianoforte tastiera

E per chi non fosse un pianista ho scovato anche questa simpatica versione!

Clicca sull’immagine per raggiungere lo store! A presto.

Quanto vale il tuo lavoro da artista? Ecco 5 parametri da considerare.

Se avete ricevuto una richiesta di ingaggio o avete provato ad ingaggiare qualcuno per una collaborazione o un progetto vi sarete sicuramente trovati di fronte al “problema” relativo al cachet. 

Quanto è giusto chiedere per il mio lavoro? Il prezzo che mi chiedono di pagare è adeguato? È onesto? Quali sono le variabili da considerare, in un caso e nell’altro?

Oggi ho contattato un’attrice per un progetto su un melologo e la sua chiarezza e professionalità nel sapere precisamente quali variabili considerare per decidere se accettare o meno mi ha fatto riflettere. Io faccio esattamente gli stessi ragionamenti quando mi propongono un ingaggio, ma non sempre coinvolgo il mio interlocutore nelle valutazioni. D’ora in poi terrò a mente il suo modo di procedere e lo farò mio.

Ecco quindi riepilogate di seguito delle semplici valutazioni da fare nel momento in cui ricevo una proposta per un lavoro.

 

a. Qual è la data dell’evento? Dovrò assicurarmi di essere libera, di non avere impegni presi precedentemente e di non prenderne altri.

b. Sono previste delle prove? Se si quante? E mediamente quanto possono durare? E dove si terranno?

c. Ho tutti i dettagli del lavoro?

d. Quanto tempo mi servirà per portare a termine il lavoro richiesto con la giusta professionalità? Riesco a quantificare l’impegno necessario a raggiungere il risultato? Questo è un passo fondamentale sia per capire se riuscirò a portare a termine il lavoro nei tempi richiesti sia per quantificare il mio compenso.

e. Devo fare degli spostamenti in macchina o in treno per raggiungere il luogo delle prove o delle esibizioni?

 

Dobbiamo assolutamente avere queste informazioni per decidere se possiamo prendere l’incarico oppure no e per informare l’altro riguardo il nostro compenso.

Per far questo dovremmo sicuramente considerare il numero e la durata delle prove, le esibizioni e gli spostamenti necessari. Sappiamo tutti quanto lavoro si nasconde dietro ad un’esibizione di una manciata di minuti.

Troppo spesso però siamo portati a non valutare correttamente il nostro lavoro, a svenderci o a non considerare adeguatamente il lavoro altrui. Se tutti facessimo le valutazioni adeguate non ci sembrerebbe esagerato pagare una cifra onesta per un’esibizione su richiesta.

Invece, e mi rivolgo soprattutto a cantanti e musicisti, ci troviamo spesso a “competere” con dilettanti (cioè persone che non sono musicisti per professione) e a dover abbassare i nostri standard per “sopravvivere” nel nostro mondo.

Quindi esponete i vostri ragionamenti a chi vi ingaggia. I lavori “a onor di patria” li abbiamo fatti un po’ tutti in questo campo, ma ad un certo punto bisogna smetterla di svenderci. Siamo noi i primi a dover dare valore al nostro lavoro.

Il pianoforte è un’orchestra e noi ne siamo i direttori. Pillola n. 4 – Metodi di studio per il lavoro sul ritmo e sul tempo

1. Come strumentisti in un’orchestra: timbro e suono.

Se suonate il pianoforte anche voi avrete sentito dire che questo magnifico strumento è come un’orchestra sotto le nostre dita.

Quando nelle riduzioni per pf troviamo scritto Oboe oppure Tromba o Violino all’inizio di una frase, l’indicazione non solo ci serve per capire se dobbiamo suonare quel passaggio come fossimo una Tromba, un Oboe o un Violino ma anche per cercare di “imitare” il timbro di quel particolare strumento.

Come abbiamo più volte ripetuto (a cominciare da questo primo articolo della serie ) il segreto è nella mente: più abbiamo chiaro in mente il suono che vogliamo creare tanto più riusciremo ad avvicinarci a esso.

Una volta il mio primo maestro in conservatorio, il musicista-pianista Alexandre Hintchef, mi chiese di cercare un suono che fosse magico per un passaggio di un sonata – “si deve avvicinare al sogno” – mi disse. Potete immaginare la mia gioia e la mia sorpresa quando durante la lezione successiva, sorridendomi, mi disse che era contento che l’avessi preso in parola. Del resto lui mi aveva fatto sentire il suono a cui faceva riferimento e a quel punto era ben chiaro anche a me; il suono ce l’avevo nella testa e nelle orecchie, si trattava solo di far arrivare il messaggio alle mani e tramite queste far cantare il pianoforte con quella particolare voce.

Lo so, stavamo parlando di orchestra e non solo di un suono da pianoforte che risponda a determinate caratteristiche, ma vi assicuro che il principio è uguale. Si deve aver chiaro in mente quello che si vuole raggiungere, si deve poter visualizzare la meta.

Il problema ovviamente riguarda molto anche la mano in senso tecnico (ma non dimentichiamo che parliamo sempre di “téchne” cioè di arte). Ricordo che una volta, ad una lezione di musica da camera, il maestro Francesco Libetta, anche lui grande musicista e pianista, parlò di orchestrazione della mano. E la cosa ha molto senso se pensate che ogni dito ha il suo ruolo, sia che si tratti di fare il solista in mezzo all’accompagnamento sia che si tratti di essere una voce nell’insieme dell’orchestra. Ma ne riparleremo.

Il discorso è molto delicato, bellissimo ma semplice e difficile da trattare allo stesso tempo. Non servirà pensare che per ottenere quel suono il dito dovrà avere quella particolare inclinazione, il polso quell’altra…no. Anche se quello sarà un bagaglio che riuscirete a formarvi (il mio attuale maestro per esempio, mi sa dire esattamente come dovrei tenere la mano per ottenere un suono X) se avete un’idea precisa di quello che volete la vostra mano, guidata dal vostro orecchio, vi indicherà la strada.

Abbiamo quindi preso coscienza del fatto che abbiamo davvero un’orchestra sotto le mani, e noi ne siamo sia i direttori che gli strumentisti.

2. Fare i direttori dell’orchestra per curare i problemi di tempo e ritmo.

E cosa fanno i direttori? Beh, il direttore è “il motore di tutto”. L’orchestra intera è uno strumento che suona al ritmo della sua bacchetta, che suona piano o forte secondo la sua volontà, che accelera o rallenta seguendo le sue indicazioni. Cosa pensereste se un direttore facesse suonare la vostra sinfonia preferita ad una velocità molto ma molto inferiore rispetto alla velocità “giusta”? Molto probabilmente la cosa non sarebbe di vostro gradimento. E quindi perché un pianista dovrebbe suonare qualcosa ad un tempo non adatto o, ancor peggio, con estrema irregolarità nel tempo? Eppure è una cosa che accade molto spesso.

Ecco quindi cosa consiglia Neuhaus per i problemi legati alla gestione del tempo:

Pillola n.4

«Agli studenti  che studiano una composizione e debbono impossessarsi del suo aspetto più importante, vale a dire la struttura ritmica, cioè l’organizzazione del processo temporale, consiglio fermamente di comportarsi come si comporta un direttore con la partitura: mettere lo spartito sul leggio e dirigere la composizione dall’inizio alla fine, come se suonasse qualcun altro, un pianista immaginario, e come se colui che dirige gli imponesse la propria volontà, cioè, prima di tutto i propri tempi, e in più, naturalmente tutti i dettagli dell’esecuzione. »

L’arte del pianoforte, pag. 85, 86

Secondo il nostro mastro quest’operazione facilita il processo di apprendimento e dovrebbe impedire di suonare “quello che viene” invece di quello che si vuole o di quello che vuole l’autore.

Se siamo i direttori di un pianista immaginario dobbiamo pretendere che questo non si lasci guidare dalle difficoltà tecniche e dalla scarsa comprensione di quello che sta suonando.

In sostanza Neuhaus consiglia di «separare l’organizzazione del tempo dal processo di studio dell’opera, di isolarla per poter giungere più facilmente e certamente ad una totale concordanza con se stessi e con l’autore per quanto riguarda il ritmo, il tempo e tutte le loro variazioni.»

Quando sediamo davanti al pianoforte quindi ricordiamolo sempre, siamo pianisti e direttori d’orchestra, dobbiamo essere musicisti a tutto tondo.

Vita da pianisti: genio e sregolatezza o ordine e metodo? Come studiare il pianoforte

Ancora una volta il mio maestro di pianoforte è tornato a parlare della costanza nello studio, dell’avere un’organizzazione rigorosa e di procedere nello studio con ordine quasi maniacale.

Lui è uno dei migliori docenti del conservatorio di Lecce ed è un accanito sostenitore di questa teoria: la applica da sempre e da sempre ottiene i risultati che vuole. Sui suoi spartiti non indica solo le diteggiature e le indicazioni metronomiche ma anche il tempo materiale, in ordine di ore e/o minuti che tutti i giorni gli serve dedicare a quel pezzo in particolare per poter raggiungere il livello desiderato e poterlo presentare al pubblico in modo quanto più vicino all’impeccabile.

Forse siamo troppo abituati a sentir parlare di talento.

Il ‘talento’ così considerato sminuisce tutto lo studio che c’è dietro, tutto il lavoro che è necessario per la preparazione di un pezzo o di un intero programma. Le persone ti sentono suonare e dicono: – “eh..sei davvero portato. Che talento!”

Ma ancora peggio, questo concetto divide le persone in due grandi categorie: quelle che per vocazione divina possono suonare e quelle che, per lo stesso motivo, non possono. E a noi non resta scelta.

Sicuramente la decisione di suonare uno strumento è un po’ una vocazione. Come abbiamo potuto anche leggere nell’intervista a Maria Pina Solazzo (mamma di Beatrice Rana e docente in conservatorio) essere dei musicisti è un’ attività totalizzante, un lavoro che coinvolge ogni aspetto della vita. Bisogna essere in ottima forma sia fisicamente che mentalmente. Concentrazione e prestanza fisica vanno di pari passo. Non si può prescindere da uno stile di vita sano se si vogliono ottenere buoni risultati.

Noi musicisti siamo un po’ come dei chirurghi: se questi la mattina dopo hanno un intervento non possono di certo tirar tardi fino a notte fonda ad ubriacarsi con gli amici; il giorno dopo non sarebbero lucidi, non avrebbero le mani ferme come dovrebbero, non sarebbero fisicamente e mentalmente in grado di reggere le ore di lavoro che li attendono. Allo stesso modo come possiamo noi avere le energie fisiche e mentali necessarie ad affrontare le ore di studio che ci vengono richieste se conduciamo una vita sregolata?

E quindi il programma richiede che almeno in vista della preparazione di un esame o di un concerto si vada a nanna alla 22:30 e ci si alzi per le 7:00/7:30. Poi colazione sana e sostanzionsa e dalle 9:00 alle 13:00 studio BARRICATO.

Si. Proprio come la grappa. Barricata.

Uno studio senza distrazioni, senza cellulare che squilla a portata di mano e senza parenti che vedendoci a casa ci chiamano e ci interpellano per decidere se la disposizione dei cuscini o del divano è di nostro gradimento. Poi pranzo, si rassetta e ci si rilassa e dalle 16:00 alle 20:00 riprendiamo la sessione di lavoro, sempre barricato.

Ovviamente non stiamo parlando dello studio richiesto ad un bambino che sta iniziando a studiare lo strumento, ma stiamo parlando di un programma forse un po’ ideale per un professionista, o anche già per un allievo di ottavo/decimo anno.

In realtà già con 4-6 ore di studio si possono ottenere dei buoni risultati, ma ovviamente dipende dal repertorio che si vuole affrontare.

Se ci pensate però un lavoratore non fa meno di sei ore di lavoro ogni giorno, e questo è il lavoro dei musicisti. Almeno sei ore di studio non dovrebbero sembrarci spropositate. Di sicuro c’è chi è in grado di ottenere ottimi risultati anche con quattro o cinque, ma la costanza resta una cosa fondamentale.

Il vero problema secondo me è che ‘lavorando’ a casa ci sentiamo autorizzati ad interrompere la sessione di studio…o acconsentiamo a farla interrompere da altri.

È importantissimo quindi capire, in base alle reali e concrete necessità quotidiane di ognuno di noi, quanto tempo possiamo dedicare ogni giorno allo studio. (Ovviamente gli imprevisti ci sono e ci possono essere, ma non devono essere la regola – provate sempre a pensare a cosa direbbe il vostro datore di lavoro!!!)

Dopo aver individuato le ore a nostra disposizione ogni giorno possiamo capire in quanto tempo siamo in grado di presentare un pezzo al pubblico. Se dobbiamo preparare un esame volendo portare dai brani che richiedono almeno tre mesi di studio lavorando 6 ore al giorno ma ci siamo ridotti ad avere solo due mesi e 4 ore di studio ci stiamo imbarcando in un’impresa impossibile, bisognerà quanto meno scegliere dei pezzi che siano più alla portata.

Un’organizzazione precisa permette di ottenere i risultati che si vogliono e lo studio sarà costante e costruttivo. Proprio come i ballerini hanno bisogno di costante allenamento per ballare al meglio delle loro possibilità, le nostre mani hanno bisogno di eseguire i passaggi tencini più volte per acquisire sicurezza e agilità nei movimenti.

Quello proposto dal maestro è un metodo di studio davvero molto razionale, e qualcuno potrebbe pensare che tutta questa razionalità non collimi con l’aspetto musicale della professione, lo pensavo anche io, ma adesso sono convinta che non sia così. Almeno non completamente.

La cosa che più mi piace è che questo modo di vedere le cose non rende l’essere musicisti una cosa legata esclusivamente a un dono mistico.

È vero, alcuni hanno una sensibilità e una musicalità maggiore di altri, e questo davvero può essere un dono. È anche vero che ci sono delle mani che per la loro costituzuone fisica rendono impervia l’esecuzione di alcuni brani scritti da chi aveva invece mani grandi e forti, ma con questo metodo chiunque ce la può fare scegliendo, passo dopo passo, pezzi che siano alla propria portata.

La filosofia di fatto è questa: “Se lo faccio io potete farlo anche voi” quindi buono studio a tutti.

Intervista a Maria Pina Solazzo nel ruolo di mamma di Beatrice e Ludovica Rana

Mio figlio vuole studiare musica: consigli per i genitori!

Ultimamente mi sono trovata a riflettere su quanto il giusto supporto dei genitori sia di fondamentale importanza nella vita di un ragazzo che si avvicina al mondo della musica.

Se è vero che il sostegno e l’appoggio dei genitori è importante per qualunque figlio e qualunque sogno questi decida di inseguire, è altrettanto vero che per andare avanti nel mondo della musica è importantissimo essere indirizzati e seguiti nel modo giusto.

Come in ogni percorso da seguire occorre lungimiranza. Serve avere un’idea almeno di massima della strada da seguire, serve immergersi con passione nel proprio sogno e non sentirsi soli.

Per molte delle persone che non hanno a che fare con il settore musicale si può trattare di un salto nel buio, ma nel buio di un sentiero sconosciuto non si può guidare qualcun altro.

È per questo che ho pensato di porre delle domande  a Maria Pina Solazzo, docente di Solfeggio presso il Conservatorio di Musica “Tito Schipa” di Lecce, ma anche e soprattutto madre di Beatrice e Ludovica Rana, due musiciste eccezionali che hanno raggiunto grandi traguardi.

Mi sono trovata di fronte a delle risposte davvero interessanti.  Ne consiglio la lettura sia a genitori che a figli.

Una carriera nella musica è un’attività totalizzante, che si fonde con la vita quotidiana più che in altre professioni. Cosa si sentirebbe di dire a genitori e figli aspiranti musicisti?

La musica è esattamente quello che dice lei, un’attività totalizzante. Io oserei persino azzardare i termini “missione” e “stile di vita”. Nel senso che, dedicarsi a un’attività così completa e complessa necessita un’organizzazione del tempo e delle energie da direzionare, in larga misura, in quella direzione.

Studiare musica significa organizzare le proprie giornate in un modo tanto capillare quanto sistematico: lo strumento per fare musica è sempre il corpo e, come un buon atleta, bisogna sempre essere in forma.

Questo senza contare il processo continuo di esercizio alla concentrazione e alla tenuta emotiva che il fare musica comporta!

Come ricorda i primi anni delle sue figlie in casa e come la musica è entrata nelle loro vite? Come le ha accompagnate in questo viaggio di scoperta?

L’infanzia dei Beatrice e Ludovica è stata una delle avventure più esclusive e totalizzanti che io e mio marito abbiamo vissuto. Abbiamo cercato di dedicare loro tutto il tempo possibile e spesso ci siamo immedesimati nel gioco della “scoperta della vita” insieme a loro. La musica ha sempre fatto parte della loro vita, il nostro lavoro e le nostre relazioni sociali hanno sempre ruotato intorno alla musica; andare a sentire concerti, incontrare amici concertisti, assistere alle prove a teatro sia di opere liriche che di produzioni sinfoniche ha sempre fatto parte della loro vita.

L’approccio scolastico è cominciato per loro due in modo molto blando, addirittura ludico: all’inizio hanno frequentato un corso propedeutico allo studio della musica vera e propria.

Io sono un insegnante di Solfeggio e, potrà sembrare strano, Beatrice e Ludovica hanno cominciato a leggere la musica molto tempo dopo il loro approccio musicale.

Hanno cominciato a studiare il solfeggio al momento del loro ingresso in Conservatorio. E’ un po’ lungo da spiegare il modo in cui loro studiavano musica, ma il concetto di fondo era questo: la musica è come una lingua,  prima la si parla e poi la si studia. A un bimbo piccolissimo non si insegna la grammatica, si insegna a parlare la lingua. E così è la musica!

Ogni genitore cerca di sostenere il proprio figlio o la propria figlia nel migliore dei modi. Spesso però le persone che non appartengono al mondo della musica hanno difficoltà ad indirizzare e guidare i figli nel loro percorso. Cosa può  consigliare a questi genitori sia a livello personale che a livello pratico?

Verissimo,  questo è un grande problema! Lo è sempre stato e, probabilmente lo sarà sempre. Io consiglio ai genitori di “essere curiosi” sempre, di chiedere, di informarsi e di tenere sempre alto il controllo. Cioè se un bambino non fa  progressi, anche piccoli, se continua a ripetere sempre gli stessi brani per mesi, se le piccole difficoltà tecniche non trovano soluzione, i genitori devono chiedersi il perché: sarà il metodo di studio, oppure carente l’attitudine del loro bambino o, ancora,  la mancanza di metodo del maestro?Chiedere, informarsi, confrontarsi, uscire dal guscio dell’individualismo, possono essere degli atteggiamenti che non possono che fare bene!

Come fa un genitore a capire di aver affidato il proprio figlio al giusto insegnante?

Sicuramente misurando sempre i miglioramenti del bimbo allo strumento e, soprattutto, dall’atteggiamento che il piccolo ha nei confronti della lezione di musica. E’ molto importante osservare con quale stato d’animo il piccolo va a fare lezione: è felice? è spaventato? è in ansia? Credo che il peggior atteggiamento sia l’indifferenza; se il bimbo va a lezione di musica senza nessuna aspettativa, senza ricordarsi nemmeno cosa deve far sentire a lezione al suo maestro, beh….qualcosa non  funziona…

Bambini e competizioni musicali, cosa ha da dire in merito?

Il concorso è uno strumento, secondo me, straordinario per tutti: per il bambino che si sente motivato  a raggiungere un traguardo; per il maestro che canalizza la sua azione didattica verso un evento in cui lui stesso sarà e per la famiglia che avrà un reale metro di paragone e di monitoraggio sia in relazione al livello di preparazione del proprio piccolo che quello degli altri musicisti in erba.
Ma soprattutto è fondamentale la gestione dell’emotività: suonare in pubblico non è facile per nessuno e, attraverso i concorsi, i bimbi possono cominciare a frequentare il palcoscenico gradualmente, senza avvertirne l’impatto emotivo.

Secondo lei quali sono gli elementi che hanno maggiormente contribuito al successo mondiale raggiunto da sua figlia Beatrice?

La storia di Beatrice è un felice mix di tanti ingredienti: sicuramente talento, tanto, tanto studio, ottimi maestri, una famiglia che ha sempre sostenuto il suo cammino, e, perché no, un pizzico di fortuna. E quando parlo di fortuna mi riferisco all’incontro di persone che “in quel preciso momento” e “in quel preciso luogo” hanno fatto sì che si verificassero determinate condizioni.

Secondo me sono state fondamentali la determinazione e l’ instancabile e scientifica organizzazione del tempo. Si è sempre preparata come un atleta con un sistema di vita, anche alimentare, ineccepibile, cercando di arrivare a ogni occasione al massimo della forma fisica.

C’è stato un momento preciso in cui Beatrice ha capito che voleva raggiungere le alte vette della musica? Quanto ha lavorato e come si è creata le giuste opportunità per emergere? In che modo le siete stati vicini come famiglia?

Non credo che Beatrice si sia mai posto l’obiettivo di desiderare la grande carriera: lei ha sempre studiato e lavorato per “dare voce” al suo pensiero musicale; un pensiero che fosse il frutto di riflessioni, di ricerca e di sperimentazioni personali e non inficiate da inutili spettacolarismi. Le giuste opportunità le hanno create i concorsi: vincerli ha significato non solo il giusto riconoscimento a tanto studio, ma la possibilità di poter suonare attraverso i “concerti-premio”.

Il primo concorso importante che ha vinto fu il “Muzio Clementi” a Firenze: aveva 9 anni ed era il suo primo concorso al di fuori della Puglia. Vinse 4 premi e il premio assoluto di tutta la competizione. Dopo pochi giorni debuttò con l’orchestra!

Io e mio marito non ci siamo mai tirati indietro ad accompagnarla. Il nostro lavoro, in Conservatorio, molto duttile, d’altra parte, ce lo ha permesso!

Cosa si sentirebbe di consigliare concretamente a un ragazzo che aspira a raggiungere gli stessi traguardi?

Di crederci fino allo sfinimento e di provarci sempre sempre, sempre. Di non arrendersi al primo scoglio. L’onestà e il lavoro premiano sempre!

Le sue figlie hanno sempre saputo di voler fare le musiciste da grandi? E voi genitori come vi siete relazionati con le loro ambizioni?

Non credo che loro si siano mai posto il problema di cosa volessero fare da grandi: quando sono cresciute, sapevano fare un qualcosa che esercitavano già da tempo come professione. A loro è stato risparmiato il grande dilemma della scelta dopo il liceo, anzi non vedevano l’ora di finire il liceo per potersi dedicare a tempo pieno alla musica!

Ogni insegnante ha un suo metodo e ogni musicista ha un suo stile. In base alla sua esperienza di insegnante e vedendo il percorso che hanno fatto le sue figlie crede sia possibile identificare un metodo di studio migliore degli altri?

Ovviamente no, ognuno è frutto di un percorso, di una storia, di un destino differente. Posso solo dire che ho avuto la fortuna di conoscere tantissimi giovani musicisti, anche stranieri, amici delle mie figlie e il comun denominatore che li ha contraddistinti è stato sempre l’energia e il desiderio di fare qualcosa di veramente bello!

Già, nell’accezione più elevata del concetto, fare musica significa proprio “ cercare la bellezza”.

Secondo la sua esperienza e i risultati ottenuti con le sue figlie, quanto tempo e impegno dovrebbe dedicare un bambino allo studio dello strumento?

Il tempo che riesce. Ricordo che Beatrice, a 9/10 anni circa, dedicava poco più di mezz’ora al giorno quando studiava con una professoressa a Lecce. Il giorno in cui cambiò maestro, quando fu accolta nella classe di Benedetto Lupo, passò improvvisamente a circa due ore al giorno con il risultato che non era mai soddisfatta di quello faceva; nonostante il maggior tempo che dedicava allo studio del pianoforte, non riusciva a trovare quello che il suo maestro le chiedeva di cercare.

Uguale Ludovica: quando passò a studiare con Enrico Dindo, alla Cello Academy di Pavia lo smarrimento fu lo stesso!

In che modo ha incoraggiato le sue figlie a studiare, soprattutto nei momenti in cui non ne avevano voglia?

Bella domanda! Quello che avrebbe fatto una qualsiasi mamma…a volte è meglio staccare un po’, prendersi un momento di relax, una passeggiata e ritornare più carichi di prima.

Guardando all’esperienza delle sue figlie, pensa che sia possibile individuare una pratica, un’abitubine o un modo di vivere che i musicisti dovrebbero adottare (o i genitori far adottare ai piccoli musicisti) per ottenere il massimo?

Sembrerà strano, ma io ho sempre creduto nel felice ritmo della quotidianità: studiare musica è come un’attività atletica. Occorre routine, esercizio e concentrazione e, se manca l’abitudine a tutto ciò, i risultati saranno sempre inadeguati alle aspettative. E quindi, Beatrice e Ludovica hanno sempre studiato lo strumento nella prima parte del pomeriggio, quando le energie mentali e fisiche erano un più alte dedicandosi ai compiti scolastici dopo.

Quali sono gli errori da evitare quando si accompagna un figlio nel cammino con la musica?

Difficile dare un consiglio specifico. Il mio consiglio è quello di stargli vicino, anche fisicamente, nella stanza mentre si esercitano. Lo studio della musica isola molto e, incoraggiare, anche con un semplice sorriso, può essere fortemente motivante per un bimbo.

Cambierebbe qualcosa nel modo in cui ha guidato le sue figlie nel loro percorso musicale?

Sicuramente degli errori li ho fatti, è inevitabile. Nel percorso di entrambe le ragazze abbiamo avuto la sfortuna di incontrare persone “particolarmente negative”. Se mi fosse data la chance di tornare indietro, non sprecherei con loro tante energie; girerei pagina senza rimpianti!

Se volesse riassumere la sue esperienza in un principio guida, quale sarebbe?

Amare profondamente ogni momento della vita ed essere sempre onesti con sè stessi: il resto verrà!

L’intervista è terminata. Vorrei però ringraziare pubblicamente la professoressa Maria Pina Solazzo per la sua solita gentilezza, cortesia e disponibilità. Grazie per le sue risposte.